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Ambiente

L’Italia “spezzata” da 680mila frane cui nessuno bada

Il dissesto geologico e la sicurezza del territorio, quasi un tabù

di Angelo Vitale -

Una strada danneggiata in seguito alla frana dei giorni scorsi a Petacciato


L’Italia delle 680mila frane

Un recupero sufficientemente rapido – A14 riaperta, ripristinata la linea ferroviaria adriatica – ma la frana di Petacciato ha diviso l’Italia in due. Un’Italia che resta spezzata, dopo essere stata “svegliata” da una questione che non nasce nel Molise e dura da decenni.

L’Italia “spezzata”

Era il 2016 quando Fausto Guzzetti, geologo del Cnr e tra i massimi esperti di frane, saliva sul palco di un TEDx per porre una domanda provocatoria: “Perché le frane sono così poco sexy?”. In quella conferenza Guzzetti non stava solo facendo divulgazione ma tracciava per chi stava ad ascoltarlo la mappa di un disastro annunciato.

Numeri sconfortanti allora, illuminati dalla spiegazione di quanto molto un rischio ricorrente ed invasivo di tutto il territorio nazionale fosse inascoltato e disatteso. Dieci anni dopo, i numeri continuano a dargli tragicamente ragione, ma rivelano un’inerzia sistemica che attraversa tutti i governi che si sono succeduti alla guida di questo Paese.

Nel 2016, Guzzetti denunciava che le frane e le inondazioni costavano all’Italia circa un miliardo di euro all’anno. Oggi, nel 2026, quella cifra è lievitata a oltre 3,5 miliardi. Il motivo? Abbiamo continuato a gestire l’emergenza invece della prevenzione. Il dato più clamoroso resta quello del monitoraggio.

Le 680mila frane dello Stivale

L’Italia ha censito oltre 680mila frane, ma solo 1.036 sono sorvegliate da sensori in tempo reale. Una percentuale irrisoria dello 0,15%. In pratica, navighiamo a vista in un mare di fango.

Anche in queste ore, le opposizioni al governo Meloni hanno gridato allo scandalo, accusando l’esecutivo in carica di aver abbandonato il Paese e le sue infrastrutture. Tra esse, qualcuno richiamando l’abituale spauracchio del Ponte sullo Stretto di Messina invece del quale l’attenzione dovrebbe essere riservata al dissesto geologico. Tuttavia, la memoria racconta una storia diversa.

Negli ultimi dieci anni, tutte le principali forze politiche che oggi siedono in Parlamento hanno occupato poltrone ministeriali. I fondi del Pnrr, che avrebbero dovuto essere la “cura di ferro” per il territorio, sono stati spesso polverizzati in micro-interventi locali o bloccati da una burocrazia che Guzzetti aveva già additato come paralizzante.

La politica non ha investito e non investe in prevenzione per un motivo cinico e strutturale, spiegato chiaramente da Guzzetti nel suo intervento di allora. La manutenzione del territorio non porta voti. Pulire un tombino, drenare un muro di contenimento o installare un inclinometro digitale sotto un binario sono attività invisibili. Un sindaco o un ministro che impone vincoli idrogeologici rischia l’impopolarità.

Chi invece interviene tra le macerie con l’elmetto in testa viene percepito come un salvatore. Questa “cultura dell’emergenza” ha trasformato da decenni l’Italia in un Paese che preferisce spendere dieci volte tanto per ricostruire ciò che non ha avuto il coraggio di proteggere.

La sola “ricerca” non basta

Il problema non è solo economico, ma legato alla responsabilità civile e penale. Se un ente di ricerca come il Cnr monitorasse capillarmente il territorio, la politica non potrebbe più invocare la “fatalità” o l’evento eccezionale. Avere un sensore che segnala il movimento della terra obbliga all’azione immediata: evacuazioni, blocchi del traffico, lavori di consolidamento. In un sistema dove la responsabilità è un peso da evitare, non sapere diventa quasi una strategia di difesa legale.

La frana di Petacciato non era e non è un evento imprevedibile. E’ un fenomeno noto da 110 anni. E, ogni volta, eventi del genere sembrano sconsolatamente lasciarci cittadini di un Paese in attesa del prossimo fango. Il cui conto è salato. La densità media è di 2,2 frane per chilometro quadrato. Il 94% dei comuni italiani ha almeno un’area a rischio. Nel solo decennio 2016-2026, l’urbanizzazione in zone classificate a “pericolosità elevata” è aumentata del 3,8%. Ogni cittadino italiano paga mediamente 62 euro l’anno per la sola gestione delle emergenze idrogeologiche, una “tassa occulta” che non genera sicurezza ma solo ripristino dello status quo precedente al disastro.

L’Italia del 2026 è un Paese tecnologicamente avanzato che però rifiuta di guardare sotto i propri piedi. Possediamo buoni satelliti e geologi tra i migliori al mondo, ma li confiniamo in un ruolo consultivo, ignorando i loro rapporti finché i binari non si piegano.

Fina quando la sicurezza del territorio non diventerà “sexy”, continueremo a pagare accise sulla benzina per riparare danni che potevamo evitare con un sensore da pochi euro. L’Italia resta spezzata, non solo dal fango, ma da almeno un decennio di cecità condivisa.


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