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Lo psicologo Lino Cavedon: “Sesso ed emozioni, i ragazzi troppo soli. Il porno educa al dominio, non all’amore”

di Ivano Tolettini -


Dottor Cavedon, le visite ai siti pornografici crescono, soprattutto tra i giovani. Cosa ci dice questo dato?
Racconta un enorme vuoto educativo. Il porno è diventato il primo e spesso l’unico “manuale di sessualità” per gli adolescenti. Non trovano risposte dagli adulti, e il web si sostituisce al dialogo. Ma il linguaggio del porno non è neutro: è aggressivo, egocentrico, violento. Insegna che il corpo dell’altro è un oggetto da usare, non una persona da incontrare. Così, il sesso perde la sua dimensione più alta: quella dell’amore e del rispetto.

Il porno, quindi, come surrogato educativo?
Esattamente. La pornografia addestra, non educa. Propone un copione dove non esistono affetto, emozione o reciprocità. È un consumo rapido del desiderio, un messaggio che amplifica l’egoismo e cancella l’empatia. E quando un ragazzo di 12 o 13 anni cresce con questo modello, lo interiorizza come normalità. Non sa più distinguere il piacere dal dominio.

Molti genitori pensano ancora che il sesso dei figli sia un argomento da evitare. Perché questo timore?
Perché la sessualità dei figli rappresenta una libertà su cui i genitori non hanno controllo. Li vorrebbero “putti asessuati” fino alla maggiore età. Ma il silenzio non è una protezione, è un abbandono. I ragazzi non chiedono il permesso di amare, proprio come non lo abbiamo chiesto noi. Il punto è accompagnarli nel capire che il sesso non è solo istinto, ma anche responsabilità, emozione, rispetto.

Le statistiche dell’Istituto Superiore della Sanità, dell’Osservatorio Giovani e Sessualità, di Eurispes e Telefono Azzurro dicono che in media il 10% dei ragazzi ha il primo rapporto sessuale prima dei 13 anni, e quasi il 40% tra i 14 e i 15. Che cosa significa?
Significa che l’educazione deve cominciare presto. In una classe di terza media o di prima superiore ci sono mediamente due, tre ragazzi che hanno già rapporti completi, spesso non protetti. È un dato che non può lasciarci indifferenti. I rischi non sono solo fisici, gravidanze e malattie, ma psicologici: dolore, delusione, senso di colpa. Se la prima esperienza è traumatica, segna a lungo. Perché un rapporto non vissuto con consapevolezza lascia cicatrici invisibili.

Lei insiste da tempo sull’educazione emozionale. Perché è così importante?
Perché senza emozione non esiste rispetto. I ragazzi devono imparare a riconoscere e gestire le proprie emozioni, a leggere quelle dell’altro. Senza questa base, l’impulso prende il sopravvento. E allora il maschio agisce, la femmina subisce. L’aggressività nasce proprio da qui: dall’incapacità di controllare l’impulso, di comprendere l’effetto delle proprie azioni sull’altro. Educare alle emozioni significa prevenire la violenza e costruire relazioni sane.

I social hanno peggiorato questo scenario?
Molto. Perché hanno cancellato lo sguardo, l’ascolto, la presenza. Nella relazione digitale non si percepisce il dolore dell’altro, né il peso delle parole. Un insulto, una foto intima condivisa, una battuta volgare: tutto scivola come se non avesse conseguenze. Ma invece le ha. La rete amplifica la superficialità e riduce la capacità di mettersi nei panni dell’altro. È una diseducazione sentimentale di massa.

Lei, dottor Cavedon, su questo parla e scrive spesso di “maschi che non ricevono educazione emozionale”. È questo il punto cieco?
Sì. I maschi sono spesso educati a trattenere, non a comprendere. Crescono con l’idea che l’emozione sia debolezza e la forza stia nell’agire. Ma un ragazzo che non sa riconoscere la paura, la rabbia o la frustrazione rischia di esprimerle nel modo peggiore: con l’aggressione. È una catena che porta dal disagio al gesto. L’educazione emozionale serve proprio a spezzarla.

E l’aumento delle donne che visitano siti porno?
È un dato che va letto con attenzione. Per molte ragazze è un modo “sicuro” di esplorare la sessualità: nessun rischio, nessun dolore, nessuna delusione. Ma è una falsa sicurezza. Ci si allontana dal rapporto reale e si costruisce un’immagine mentale del desiderio. È una sessualità immaginata, che spesso si trasforma in isolamento. Anche questo è un segnale di mancanza di relazione.

In sostanza, la sessualità dei minori è un campo lasciato all’improvvisazione.
Esatto. I ragazzi imparano a fare prima di imparare a capire. E questo è il vero pericolo. Una buona sessualità nasce dal conoscere prima del fare, dal rispetto, dalla consapevolezza che l’altro non è uno strumento ma una persona. L’educazione sessuo-affettiva non è un lusso o una moda: è un atto di responsabilità collettiva. Se vogliamo adulti capaci di amare, dobbiamo insegnare ai ragazzi a sentire, non solo a desiderare.

A due anni dal femminicidio di Giulia Cecchettin, cosa ci insegna quella tragedia?
Ci ricorda che il rispetto deve essere reciproco. Giulia è il simbolo di una libertà che spaventa chi non sa gestire il rifiuto. Ma ci insegna anche che le ragazze devono imparare a riconoscere i segnali del controllo, della gelosia malata, dell’amore che diventa possesso. Proteggersi non vuol dire vivere nella paura, ma conoscere se stesse e i propri confini. Educare i maschi al rispetto e le ragazze alla consapevolezza è l’unico modo per evitare che l’amore si trasformi ancora in tragedia.


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