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Economia

Lo steel cord della Bekaert non tira più: un nuovo caso dell’automotive in affanno

Una filiera che si ferma: uno stabilimento già chiuso in Toscana, in Sardegna il secondo che la multinazionale belga non vuole vendere ai cinesi

di Angelo Vitale -


Nella crisi dello steel cord della Bekaert in Italia radici profonde e un significato oltre il semplice destino di un singolo stabilimento collegato all’automotive.

La vicenda racconta la trasformazione, e spesso la marginalizzazione, di pezzi interi di industria italiana nel mercato globale. Oggi, la vertenza di Macchiareddu in Sardegna una delle questioni più emblematiche della perdita di capacità produttiva del Paese. Intanto, la chiusura di un altro sito storico, quello di Figline‑Valdarno in Toscana, resta una ferita aperta. Per comprendere l’oggi, occorre guardare a dove è cominciata la storia industriale di Bekaert in Italia, al legame con grandi gruppi come Pirelli, alle scelte strategiche che hanno segnato la sorte dell’industria metalmeccanica legata al settore automotive.

Il caso Bekaert

Bekaert è una multinazionale belga, leader mondiale nella trasformazione e rivestimento di fili d’acciaio e nella produzione di steel cord, il rinforzo metallico fondamentale nei pneumatici. Con oltre 28mila dipendenti nel mondo e ricavi miliardari, il gruppo ha una forte presenza globale e opera in circa 45 Paesi.

Il primo legame significativo con l’industria italiana, proprio attraverso la collaborazione con Pirelli, storico marchio italiano dei pneumatici. Nel decennio scorso, acquisito da Pirelli l’intero settore steelcord, comprensivo di stabilimenti in Italia ma pure in Romania, Brasile, Turchia e Cina. Un’operazione valutata complessivamente oltre 255 milioni di euro.

La crisi: in Toscana un riuso dell’area all’insegna dell’economia circolare

Poi, la crisi. Il sito toscano che non riusciva a restare competitivo. Costi strutturali superiori, costi del lavoro e pressione sui prezzi, una situazione insostenibile. Nel giugno del 2018, la chiusura definitiva dello stabilimento, la perdita di 318 posti di lavoro diretti e oltre 400 nell’indotto.

Oggi, in quello stesso sito, un’altra prospettiva. Acquisito da soggetti privati per un progetto di economia circolare e green industry – H2 Era Green Valley -che prevede la realizzazione di un polo multifunzionale per produzione di energia pulita, idrogeno verde, power to gas, vertical farm e fish farm. Una riconversione industriale che ingloba e punta a tecnologie avanzate e sostenibilità ambientale.

La storia di Macchiareddu

A Macchiareddu, una storia diversa ma intrecciata. Lo stabilimento in Sardegna da oltre 50 anni radicato sul territorio, ora l’unica linea produttiva di steelcord in Italia. Qui lavorano oltre 230 persone, con un indotto significativo. La sua presenza — scelta in un’area industriale servita da collegamenti marittimi nel cuore del Mediterraneo — non casuale. Rientrava nelle strategie di sviluppo industriale che, nelle decadi passate, puntavano a sfruttare incentivi come quelli della Cassa per il Mezzogiorno e facilitazioni logistiche verso i mercati mediterranei e meridionali.

Per lo stabilimento, manifestazioni di interesse ancora avvolte dall’incertezza. Uno degli elementi più contestati dai sindacati, le condizioni della proprietà belga per la vendita. In particolare, la scelta di escludere aziende cinesi leader nel settore dal novero dei potenziali acquirenti, una decisione che riduce sensibilmente il campo di investitori con reali capacità di rilanciare la produzione.

Un fatto significativo, in un contesto di forte competizione globale ove i gruppi asiatici rappresentano una leva significativa per mantenere attivo e competitivo un sito come Macchiareddu.

Il no ai cinesi

Dietro la crisi, dinamiche macroeconomiche che riguardano l’intero comparto automotive. La domanda di componenti come le steel cord, fortemente correlata alla produzione di pneumatici e alla salute dell’industria automobilistica. Negli ultimi anni, molte produzioni sempre più spostate verso Paesi con costi di manodopera più bassi e politiche industriali aggressive, con un conseguente svuotamento di capacità produttive in Europa.

Le fabbriche italiane, particolarmente colpite non solo per la competizione internazionale ma anche per una mancanza di politiche industriali organiche e incentivi strutturati comparabili a quelli offerti altrove.

Dai sindacati, la proposta di una trattativa che coinvolga anche committenti chiave come Bridgestone, che già acquista prodotti steelcord. Una strada per individuare una soluzione industriale credibile.

L’affanno dell’automotive

E così, mentre la Regione Sardegna ha messo a disposizione strumenti di supporto e agevolazioni con l’obiettivo di mantenere attiva la produzione sul territorio, questa crisi parla del futuro industriale del Paese.

La vicenda Bekaert e del suo steel cord, emblematica nello scenario automotive. La caduta di un sito storico, la chiusura di un altro e la difficoltà di trovare soluzioni industriali all’altezza, raccontano ancora una volta una verità scomoda. Senza politiche industriali coerenti e capaci di attrarre investimenti reali, senza infrastrutture e senza una visione di lungo periodo, l’Italia continua a perdere produzione ad alto valore aggiunto.

Stabilimenti come quelli di Macchiareddu non sono “costi da tagliare”, ma competenze, reti di imprese e posti di lavoro che alimentano economie locali e contribuiscono alla produzione nazionale. Nel quadro di un automotive complessivo in totale affanno con tutte le sue collegate filiere, storie come quella di Bekaert rischiano di ripetersi. Non come eccezione, ma come norma.

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