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Economia

Pil giù e Pnrr a rilento: si è già fermata la locomotiva Sicilia

I dati Cgia sul Pil: il caso choc di Enna e Ragusa, uniche in Italia che perderanno quota

di Giovanni Vasso -


S’è fermata la locomotiva di Sicilia. Ammesso, e non concesso, che fosse mai partita. I numeri che girano da settimane non raccontano una realtà ambiziosa per l’Isola. Che, anzi, sembra destinata a rassegnarsi: i sogni di gloria di uno sviluppo economico potente, tanto forte da trascinare persino altri territori del Sud e del resto del Paese, sembrano destinati a restare tali.

La locomotiva Sicilia deraglia

La Cgia di Mestre, all’inizio dell’anno, ha fatto i conti al Pil, che sarà, di quest’anno. L’Italia dovrebbe superare i 2.300 miliardi di euro di prodotto interno lordo ma la crescita, suddivisa per Regioni e territori, sarà a doppia, se non addirittura tripla, velocità. E, in nessun caso, sarà poi così elevata. Ma questo è un altro discorso. Al top delle graduatorie, verrebbe da dire al solito, ci sono le città del Nord. Varese, con un incremento del Pil previsto in un intero punto percentuale, guida la lunga, lunghissima, lista delle città e province italiane che vedranno aumentare il loro “fatturato” nel 2026.

Il flop di Enna e Ragusa

Solo due capoluoghi resteranno indietro. In piena stagnazione, addirittura, invece di guadagnare, ci perderanno qualcosa in termini di Pil. E si tratta di due città entrambe siciliane. Si tratta di Enna, che perderà lo 0,02% e di Ragusa che invece cederà lo 0,05%. Non si tratta di perdite drammatiche. Ma, in termini economici, è come se lo fosse. Tutti gli altri ci provano, se non a correre, quantomeno a camminare, a rialzarsi. Enna e Ragusa, invece, resteranno ferme perdendo addirittura quota. Così il divario tra questi territori e gli altri rischia di aumentare.

Sei siciliane tra le flop dieci in termini di Pil

Il guaio, però, è che poco prima di Enna e Ragusa ci sono Agrigento e Caltanissetta la cui crescita prevista non sarà superiore allo 0,15%. Trapani e Siracusa, a loro volta, non potranno ambire, rispettivamente, che al +0,23% e al +0,18%. Messina va giusto un po’ meglio e ambisce a crescere dello 0,26%. Catania e Palermo non sono messe chissà quanto meglio. Rispettivamente a +0,36% e +0,44%. Detto in altri termini: tra le peggiori dieci province, ben sei sono siciliane. E la migliore di tutte, ossia il capoluogo Palermo, non va oltre uno striminzito 80esimo posto.

Solo Basilicata e Calabria peggio dell’Isola

Il tema si ripropone sullo scenario della competizione regionale. La Sicilia, stando alla Cgia mestrina, crescerà nel 2026 dello 0,28%. Se non è stagnazione, poco ci manca. Peggio dell’Isola, solo la Basilicata (+0,25%) e la derelitta Calabria (+0,24%). Il confronto è impietoso non solo con le (solite) Regioni del Nord che guidano la classifica. Ma persino con gli altri territori del Sud. La Campania, per esempio, guadagnerà nel 2026 lo 0,72% in termini di Pil. Più del doppio della Sicilia. Il Pil dell’Abruzzo salirà dello 0,66% e pure quello della Puglia farà (molto) meglio del prodotto interno lordo dell’Isola dato che aumenterà dello 0,54%. Infine, la Sicilia perde pure il derby delle Isole maggiori: la Sardegna, difatti, crescerà di oltre mezzo punto (+0,53%).

Gli altri guai: dalla giustizia alla sanità

Il problema è che la vicenda si innesta su un altro piano, decisivo e importante, che è quello del Pnrr. Questo è l’ultimo anno. I problemi, però, si vedono (già o forse sarebbe meglio dire ancora) tutti. A cominciare dai pagamenti, che sono fin troppo lenti e che, come riporta Svimez al giugno 2025, sono al 18%. Ma non è solo questo. Sono ancora in piedi le tematiche strutturali, quelle dei servizi primari, che lasciano ancora a desiderare e che frenano lo sviluppo. Confartigianato, per esempio, ha ricordato che, sui tempi della giustizia in materia di lavoro, i tribunali siciliani (con una media di 569 giorni di disposition time) restano tra i più lenti d’Italia.  La Corte dei Conti ha ricordato che, come in Sicilia così in Puglia, Campania, Lazio, Abruzzo, Calabria, Molise, esistono ancora problemi strutturali nell’erogazione dei Lea, i livelli essenziali di assistenza, nonostante qualche miglioramento nei conti pubblici.

La scuola e gli obiettivi

E, ancora, ci sono la scuola e i servizi per l’infanzia. La Fondazione Agnelli ha calcolato che, seppure fossero conclusi nei termini previsti tutti i progetti presentati, per quanto riguarda gli asili nido la Sicilia resterebbe comunque molto al di sotto dell’obiettivo nazionale del 33% di copertura. Si fermerebbe al 24% di copertura, quasi dieci punti sotto l’obiettivo minimo. Tutte queste tematiche, dalla giustizia alla sanità e fino ai servizi per l’infanzia, rientrano come fin troppo noto, all’interno del Pnrr. Insomma, la Sicilia è cresciuta negli ultimi anni, per carità. Ha ripreso pure una certa centralità su alcuni temi strategici, dalla logistica fino all’energia. Epperò da qui a fare della Sicilia la locomotiva economica del Paese, o quantomeno del Sud, ce ne passa. Purtroppo.


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