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Maria Rita Parsi: “Invece di andare sulla Luna, torniamo in famiglia”

Bambini 2.0? No, semplicemente bambini: "La scuola ora cambi davvero"

di Giovanni Vasso -


Invece di calzare stivaloni ed elmetto puntando alla Luna, sarebbe il caso di tornare in famiglia: Maria Rita Parsi non ha bisogno di presentazioni. Psicologa, psicoterapeuta, saggista, divulgatrice scrittrice. È stata membro del Comitato Onu per i diritti del Fanciullo. Per lei, oggi, non abbiamo più scuse. Viviamo un’epoca che fa paura. Il mondo digitale è entrato, di prepotenza, nelle nostre vite. E nelle famiglie. Che futuro per i nostri ragazzi, alle prese con le insidie tech e tanti, ma tanti, ostacoli che, sembra, non ce ne siano mai stati così tanti? Il problema, per Parsi, come spiega a L’identità, non sta nella contemporaneità in sé ma fatto che, seppur oggi “ci sono tutti gli strumenti” continuiamo a perpetrare sempre gli stessi sbagli: “Dobbiamo fare i conti con il fatto che, come diceva Einstein, l’umanità rimane profondamente stupida”.  

Maria Rita Parsi spiega: “I disagi dei giovani sono legati al cambiamento, profondo, che attraversa la prima agenzia educativa e affettiva: la famiglia. Oggi, di famiglie “tradizionali”, ce ne sono sempre di meno. Oggi c’è un’enorme varietà di strutture familiari da prendere in considerazione. Ci sono quelle allargate, frutto di separazioni che hanno dato luogo a nuove coppie e figli. Sempre più famiglie mononucleari, con un solo genitore, spesso la madre. Quindi quelle interetniche, con l’incontro di culture diverse e in cui vanno tenuti in considerazione i costumi e il tipo di visione del femminile e del maschile di cui sono portatrici. E ancora, le famiglie affidatarie e adottive, con bambini che spesso arrivano da situazioni di abbandono”. La famiglia, davvero a rischio, è un’altra ancora: “Oggi abbiamo le famiglie virtuali, coi figli a cena davanti agli schermi degli smartphone e i genitori al telefono: una virtualità – spiega la dottoressa Parsi – che scompensa la comunicazione”. I disagi dei ragazzi, però, non sono solo e soltanto affare loro. “Se vogliamo parlare di disagi giovanili, dobbiamo parlare innanzitutto dei disagi dei genitori che formano le coppie che danno vita a quei bambini. Bisogna lavorare e dare alle famiglie strumenti e sostegni”. Come? “Passando da quel ponte ideale che è la scuola”. Più facile a dirsi che a farsi, però. Lo spiega Maria Rita Parsi: “La scuola dovrebbe avere attività che durano tutto il giorno, dal nido alle superiori. Con le mense, le biblioteche e poli museali: perché la bellezza è terapeutica”. Un’idea di scuola di cui si parla e s’è parlato tanto, ma per cui s’è fatto finora troppo poco: “Occorre una scuola che sia centro culturale polivalente, che non stia lì solo a fare i voti o a verificare se i programmi sono stati svolti tutti. Ma che si interessi di cogliere il comportamento, il modo di esistere e sentire dei giovani, dai bimbi fino all’adolescenza. Così da potersi collegare alle famiglie e fare prevenzione. Perché i segnali dei disagi, a scuola, li cogli: ci vorrebbe uno psicologo in ogni classe”.

Verrebbe da dire, non ci sono più i valori di una volta. Ma a questo “giochino”, Parsi non si presta: “Servono gli esempi, non le chiacchiere. Non basta dire prima c’erano i valori e oggi non ci sono più. I giovani, a me pare, hanno sempre gli stessi problemi. Solo che, adesso, non ci sono più scuse: abbiamo tutti gli strumenti per vivere, per godere delle forme scientifiche e umanistiche del progresso, di far incontrare le culture. E invece cosa facciamo? Preferiamo calunniare la psicologia. Ma se tu educhi nel modo in un sei stato educato, le cose andranno sempre allo stesso modo e le guerre continueranno sempre a esserci. La sfida è ricordarsi che l’amore non è un braccio di ferro ma un abbraccio”. Un armamentario a disposizione per rimettere ordine in un mondo che va a rotoli. “Coi venti da Terza guerra mondiale, oggi ancora, vediamo truppe marciare come facevano quelle naziste mentre c’è gente che muore di fame. Parliamo di Gaza, che è un’oscenità di cui pagano il prezzo i bambini. Ma non parliamo delle altre 56 guerre in giro per il mondo. Non parliamo dei cecchini per sport durante la guerra dei Balcani, del mezzo milione di morti nel Myanmar. Abbiamo più strumenti, oggi rispetto a ieri. Abbiamo tutte le scienze umane, scientifiche. Abbiamo la neuropsichiatria, la filosofia, la pedagogia, la sociologia, l’antropologia, abbiamo la psicologia che è la scienza che studiando la comunicazione e il comportamento umano ci permette di capire perché, in base a certi meccanismi, agiamo in un certo modo. Invece di spendere miliardi per armare gli eserciti, si potrebbe fare prevenzione contro le guerre, la distruttività, i narcisismi maligni, gli attacchi al femminile. Invece che andare sulla Luna, dovremmo tornare sulla Terra”. E magari, in famiglia. “Certo che la famiglia è in crisi – spiega Parsi – come ogni istituzione che cambia nel tempo. Ma crisi vuol dire pure opportunità. Bisogna capire, nel 2025, che fare un figlio è prendersi responsabilità da genitore. Se si dice di mettere al mondo una persona, perché tale è, si deve fare in modo di garantirgli ogni diritto e tutela possibile. Non l’ha scelto mica lui di nascere…”. La scuola, adesso, deve cambiare. Ma sul serio però, dice Maria Rita Parsi: “Informare e formare le famiglie, rafforzare il ruolo di formidabile ponte della scuola, oltre i curricula e i programmi. Ormai siamo già fuori tempo massimo. Un po’ come accaduto col digitale: i rischi li denunciamo da anni, non è cambiato nulla. Tante belle parole ma poi prevalgono sempre gli interessi. In questo caso, quelli degli degli stra-miliardari del web. Che se ne faranno, poi, di tutti questi stramiliardi nella tomba?”. Un’idea percorribile potrebbe essere l’educazione all’affettività. “Meglio all’empatia, perché con l’empatia capisco i miei bisogni e i miei tempi e imparo a rispettare quelli degli altri. Sì – dice Parsi -, va bene a patto che ci siano persone competenti”. Eccolo, dunque, il nodo. Perché, quando si parla di bambini, non si può improvvisare. E la cronaca, purtroppo, ce lo dimostra. Come quello della famiglia nel bosco di Palmoli, in Abruzzo: “Tutti i bambini hanno diritti. I tre bimbi sono stati strappati ai genitori che li amavano e curavano, facendoli vivere a contatto con la natura, per andare in una struttura protetta. Intanto però a una madre, come la donna che a Muggia ha sgozzato il figlio, è stato permesso di vedere da sola il bambino nonostante le sue proteste. Il fatto è che occorre avere persone davvero qualificate: diagnosi superficiali, come quella sulla donna che ha ammazzato il bambino, non si possono fare”.


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