Nomine: i rumors sul Piano Nemesi per spazzare via i partiti dalle poltrone di Stato
Mentre le teste cadono ufficialmente sotto la bandiera del "rinnovamento", il vero terremoto si sposta silenziosamente sulla partita dei 112 consiglieri delle big di Stato
Telecamere davanti Palazzo Chigi
Meloni e l’ira per il No: i rumors sul “Piano Nemesi” per le nomine che spazza via i partiti dalle poltrone di Stato. Il verdetto delle urne per il referendum sulla giustizia ha lasciato un solco profondo: quel 53,7% di “No” uno schiaffo che Giorgia Meloni non intende assorbire passivamente. Mentre le teste cadono ufficialmente sotto la bandiera del “rinnovamento”, il vero terremoto si sposta silenziosamente sulla partita dei 112 consiglieri delle big di Stato.
I rumors sulle nomine
Dalle voci dei Palazzi sulle nomine per le poltrone di Stato, i rumors su una strategia di una chiarezza brutale. Se il consenso politico vacilla, il controllo industriale deve diventare totale, sostituendo le vecchie spartizioni all’insegna dell’equilibrio nella coalizione con una falange di “tecnocrati di pura fiducia”.
In questo scacchiere di rottura, il rumor più insistente riguarda il futuro di Eni, dove si profila l’ombra di Elisabetta Belloni. Dopo l’addio al Dis, la “Signora delle Spie” il profilo ideale per una presidenza di garanzia geopolitica, capace di sfilare la sedia ai desiderata storici della Lega e blindare l’asset energetico sotto l’egida di Palazzo Chigi.
Lo spariglio
Ma lo spariglio vero si gioca su Leonardo, dove la premier sarebbe intenzionata a chiudere l’era di Stefano Pontecorvo. Al suo posto, un possibile ritorno eccellente come quello di Gianni De Gennaro. O, in alternativa, l’ascesa di Giovanni Caravelli.
Nomi che sanno di “Stato profondo” e che servono a blindare Roberto Cingolani, sottraendo la Difesa alle negoziazioni di bassa lega dei partiti feriti dal voto.
Il dossier Poste
Il “pacchetto” si chiude con il dossier Poste Italiane, dove la continuità di Matteo Del Fante non è più un assegno in bianco senza condizioni. La spinta per Giuseppe Lasco verso un ruolo di comando operativo assoluto è il segnale per trasformare l’azienda nel braccio logistico del nuovo welfare d’area. Svincolare Poste dalle influenze dei ministeri tecnici significa togliere l’ossigeno alle vecchie logiche di sottogoverno che hanno finora e da sempre frenato.
La strategia del caos
Questa operazione di chirurgia del potere usa il caos delle dimissioni come un paravento perfetto: il messaggio inviato agli alleati è un aut aut senza precedenti.
Chi perde la presa sulle urne, perde il diritto di toccare palla nei consigli d’amministrazione che contano.
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