Pace, energia e prospettive: Confindustria riparte
Dai nodi dell'energia alla burocrazia gli industriali alla sfida della competitività
La pace serve a tutti anche (o forse soprattutto) all’economia; è questo il messaggio che arriva da Confindustria. Che ha le idee chiare per il 2026. Si deve lavorare, e tanto, per restituire competitività e aumentare la produttività. Per farlo si deve avere il coraggio delle scelte.
Pace centrale per Confindustria Nord Toscana
A cominciare, appunto, da quella della pace. Il messaggio di Confindustria Toscana Nord è molto chiaro a riguardo: “A livello globale, una pace urgente e stabile è la priorità assoluta: dal punto di vista umano, in primo luogo, ma anche in ottica economica”, ha dichiarato Fabia Romagnoli, presidente di Confindustria Toscana Nord. Secondo cui si tratta di “un obiettivo che ancora sfugge, nonostante sforzi intensi di diplomazia e politica”. Ma la speranza, appunto, non va abbandonata: “Non è utopistico auspicare che il 2026 sia l’anno della soluzione per il conflitto in Ucraina e per un assetto più equilibrato e solido in Medio Oriente, confidando che vengano scongiurate aperture di nuovi fronti”.
Simul stabunt, simul cadent
Il 2026, dunque, sarà un anno decisivo per l’economia. Italiana, certo. Ma soprattutto europea. Il brocardo, mai come stavolta, non sbaglia: simul stabunt, simul cadent. Se cade una, crolla pure l’altra. E in viale dell’Astronomia, questo, lo sanno molto bene. Emanuele Orsini, in un messaggio inviato ieri in occasione del 35esimo anniversario del Libro dei Fatti di Adn Kronos, è tornato a chiedere a Bruxelles un cambio di passo. Proprio all’indomani dell’entrata in vigore dei dazi sul carbonio, Cbam, che sono riusciti nell’impresa di scontentare tutti. Sia, naturalmente, le imprese straniere. Sia quelle europee secondo cui non s’è saputo osare abbastanza. Orsini parla con franchezza. Se davvero si vuole il rilancio dell’industria, “è fondamentale che l’Europa cambi rotta”. Dunque ribadisce che “la competitività non è un lusso, è una necessità”. E ancora: “Senza imprese forti, un Paese non cresce. Senza un sistema competitivo, le aziende arretrano. E senza un’industria dinamica, il nostro continente rischia il declino”. Simul stabunt, simul cadent.
Disboscare la selva oscura della burocrazia
Anche perché gli altri, nel frattempo, non hanno mica perso tempo a baloccarsi, giochicchiando a porsi obiettivi green sempre più alti e irrealistici: “La sfida che abbiamo davanti è anche geopolitica – dice il numero uno di viale dell’Astronomia -. Gli Stati Uniti vogliono reindustrializzare i propri Stati colpiti nei decenni scorsi dalle produzioni a basso costo della Cina e il governo americano, per fare questo, usa lo strumento dei dazi. L’Europa è in mezzo, divisa e spesso in ritardo. Per questo, oggi la priorità dev’essere una sola: rafforzare la capacità competitiva dell’industria europea e italiana”. Altrimenti si fa la fine del vaso di coccio. Che fare? Semplice, per Orsini: scorciarsi le maniche e tornare a lavorare. Possibilmente sfrondando, per quanto possibile, la selva oscura burocratica che paralizza il Vecchio Continente: “Il Green Deal ha penalizzato chi investiva su motori termici puliti, favorendo l’elettrico cinese. Questo approccio va corretto: la transizione ecologica non può significare dipendenza industriale, in Europa le organizzazioni degli industriali chiedono libertà tecnologica per raggiungere gli obiettivi ambientali”.
Il nodo dell’energia
E sarebbe quasi ora concedergliela. C’è tanto da fare, però, anche sul fronte interno. A cominciare dall’energia: “Serve un contesto favorevole: costi energetici più vicini alla media Ue (disaccoppiando gas ed elettricità e puntando sui nuovi reattori nucleari), nuovi mercati strategici e strumenti semplici ma efficaci per stimolare gli investimenti come, ad esempio, la Zes unica che, in soli due anni, con uno stanziamento di risorse pubbliche di 4,8 miliardi ha generato 28 miliardi di investimenti e 35.000 posti di lavoro”. L’Italia, per Confindustria, è al bivio a causa di ciò che succede nel resto del mondo: “Le eccellenze industriali, che vengono esportate a livello globale, trainano l’economia: solo nel 2023 abbiamo registrato 626 miliardi di export di beni. C’è forte richiesta di Made in Italy nel mondo, ma dazi americani e svalutazione del dollaro possono costare al nostro Paese un danno di quasi 23 miliardi. Una perdita che – avverte Orsini- non solo rallenta l’obiettivo dei 700 miliardi di esportazioni, ma obbliga tutti noi (Paese, imprese, lavoratori) ad agire rapidamente, per non restare indietro nella competizione globale e mettere a rischio le conquiste sociali ottenute con il duro lavoro delle generazioni precedenti”.
A chi serve la competitività
E non basta: “Essere competitivi significa anche difendere il lavoro dei nostri giovani, la dignità delle nostre imprese, il futuro del nostro Paese. Si tratta di un interesse primario, nazionale, che non deve vedere contrapposizioni politiche. Non ci si può dividere sul lavoro o su temi quali la sicurezza, i provvedimenti per la competitività e la crescita. È tempo di scegliere chi vogliamo essere e di farlo rapidamente. Per noi e per chi verrà dopo di noi. Se non ora, quando?”. Insomma, dalla pace fino alla competitività: Confindustria riparte per il 2026. Sperando che le cose vadano meglio.
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