Perché l’Anm sbaglia a fare propaganda sul referendum
La discesa in campo dell’Anm in vista del prossimo referendum sulla riforma della giustizia è, in sé, un fatto del tutto legittimo. Viviamo in una democrazia che consente a chiunque, a ogni cittadino, il diritto di esprimere opinioni politiche. Questo include anche la possibilità di partecipare al dibattito pubblico. Anche per i magistrati. Anche quando in gioco vi sono norme che incidono direttamente sull’assetto dell’ordine giudiziario e sull’esercizio della funzione giurisdizionale, ovvero sul loro lavoro. Negare questo spazio di parola e di libertà sarebbe non solo illiberale, ma anche miope. Il punto, però, non è la partecipazione in sé. E’ come questa partecipazione viene esercitata. Perché da chi è chiamato quotidianamente ad amministrare la giustizia in nome del popolo italiano ci si aspetta qualcosa di più – e di diverso – rispetto a un qualsiasi comitato referendario. Ci si aspetta verità e non mistificazione. Ci si aspetta sobrietà, senso della misura, rispetto dei fatti e, soprattutto, responsabilità istituzionale.
L’idea di suscitare paura con messaggi fuorvianti
Valori che rischiano di essere messi in discussione quando la campagna diventa propaganda politica e si trasforma in una sequenza di slogan, semplificazioni forzate e, in alcuni casi, veri e propri messaggi fuorvianti. È quanto sta accadendo con alcuni spot e materiali di propaganda riconducibili ai comitati per il “No” che fanno capo all’Anm. Manifesti affissi in luoghi simbolici come le stazioni ferroviarie, quindi pensati per intercettare un pubblico vasto e non specializzato, veicolano messaggi che presentano la riforma come una minaccia diretta alla democrazia o all’indipendenza della magistratura. Ovviamente con slogan buttati là, senza fornire al cittadino alcuno strumento utile a comprendere la reale portata dei quesiti referendari. Alla base c’è un linguaggio emotivo, allarmistico, che punta più a suscitare paura che a favorire una scelta consapevole.
Le mistificazioni dei comitati per il No
Ed è forse proprio questo l’elemento che più spaventa. E che fa capire quanto il corporativismo che anima parte della magistratura e l’intera Anm sia in realtà a sua volta spaventato all’idea che il proprio potere, esercitato attraverso le correnti, venga ridimensionato. E i manifesti fuorvianti affissi per le strade sono solamente l’ultimo esempio in ordine di tempo del tentativo di mistificare il contenuto della riforma della giustizia per indirizzare la campagna referendaria. Ancor prima, questa operazione era partita sui social network. E’ il caso delle false dichiarazioni attribuite a Paolo Borsellino pubblicate in un video postato sul profilo Instagram del comitato per il No dell’Anm. Un contenuto palesemente fuorviante che già nei mesi scorsi non ha mancato di suscitare forti polemiche. Parole estrapolate, decontestualizzate e presentate in modo tale da suggerire conclusioni che il testo integrale o il contesto originario non giustificano.
La propaganda dell’Anm sul referendum della giustizia danneggia le toghe
Tutto questo rischia di produrre un effetto perverso. Da un lato, indebolisce la credibilità di una magistratura che da anni lamenta un clima di delegittimazione e attacco politico. Dall’altro, contribuisce ad alimentare l’idea che anche la giustizia sia oggetto di uno scontro tra fazioni. Ed è paradossale che L’Anm sembri ignorare che il referendum è uno strumento di democrazia diretta. E che in quanto tale merita un confronto serio. Se l’Anm ritiene che la riforma della giustizia sia sbagliata o pericolosa, ha tutto il diritto di dirlo. Ma ha anche il dovere, morale e istituzionale, di farlo con serietà e argomentazioni valide. Senza sacrificare la verità dei fatti sull’altare dell’efficacia propagandistica. Perché ciò che la magistratura dovrebbe trasmettere è una credibilità che deriva dall’equilibrio, dalla competenza e dal rispetto rigoroso della realtà.
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