Porti d’Italia: paura di centralismo, Fedriga tirato nella mischia
I dem cercano una sponda nel presidente della Conferenza Stato Regioni
Massimiliano Fedriga, governatore della Regione Friuli Venezia Giulia e presidente della Conferenza Stato Regioni
Dal Pd durissime critiche all’ipotesi di costituire Porti d’Italia spa, Fedriga tirato nella mischia all’insegna dello spettro del centralismo.
Ancora un attacco alla nuova società pubblica per la governance portuale italiana, per i dem un colpo pesantissimo ai territori che rischia di svuotare le Autorità portuali locali. Nel dibattito politico, tirato in ballo il presidente della Conferenza Stato-Regioni, Massimiliano Fedriga, per il centrosinistra possibile figura istituzionale per mitigare l’accentramento. Su di lui un pressing con il richiamo ad un tema peraltro storico e un po’ appannato cavallo di battaglia della Lega. Il nodo resta la perdita di risorse e competenze locali, in un settore che vale oltre la metà del traffico merci nazionale.
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Pd: Porti d’Italia Spa sottrae autonomia e risorse ai porti locali
I dem alzano il tiro contro la riforma portuale centrata sulla nascita di Porti d’Italia Spa, prevista dal disegno di legge approvato dal Consiglio dei ministri il 22 dicembre 2025 e ora all’iter parlamentare.
Secondo il Pd, la riforma sposta risorse e competenze dalle Autorità di Sistema Portuale, con il rischio di indebolire gli scali territoriali e di danneggiare imprese locali e lavoratori.
Piero De Luca, capogruppo Pd in Commissione affari Ue, ha evidenziato che il piano prevede il trasferimento di circa il 40% delle entrate totali delle AdSP alla nuova società, con esempi concreti di tagli fino a 8 milioni di euro in Campania e oltre 20 milioni nei porti come Trieste.
I consiglieri dem del Friuli Venezia Giulia, tra cui Diego Moretti e Roberto Cosolini, hanno chiesto alla giunta regionale di intervenire presso governo e premier per scongiurare “un accentramento delle competenze”. “A repentaglio l’autonomia” degli scali di Trieste e Monfalcone, considerati centrali per l’economia e l’indotto locale.
Perché Fedriga è “tirato in ballo”, la sua posizione
Il presidente della Conferenza Permanente Stato-Regioni, Massimiliano Fedriga, evocato dai dem come possibile sponda istituzionale per contrastare il rischio di centralismo nella governance portuale. nella sua veste di presidente della Conferenza Stato-Regioni, la possibilità della richiesta di uno stop al ddl.
Fedriga, finora, intervenuto più volte sul tema dei porti in generale. Ad esempio, criticando il rischio che le rotte commerciali nord-europee possano marginalizzare i porti del Mediterraneo se non si progettano strategie di sviluppo territoriale e infrastrutturale, incluso un progetto come l’Imec per Trieste.
La sua posizione, sulla necessità di guardare ai porti come nodi strategici globali e non solo locali, e di potenziare le connessioni per non perdere competitività nel Mediterraneo.
Parallelamente alla polemica Pd, Fedriga ha ricevuto recentemente le categorie della logistica e dei terminal portuali regionali per discutere di ispirazioni e proposte concrete sul potenziamento della logistica portuale e delle infrastrutture ferroviarie e retroportuali. Da lui, un approccio orientato al dialogo con imprese e operatori logistici.
Il nodo politico-economico dietro gli attacchi
Dietro le prese di posizione dei dem, numeri e scenari concreti. Secondo uno studio di Assoporti, la riforma come pensata potrebbe dirottare risorse pari a circa il 40% delle entrate delle AdSP alla nuova società nazionale, lasciando alle Autorità locali una quota ridotta per gestione ordinaria, investimenti e manutenzione dei terminal.
Per il Pd, questo schema non rafforza la governance, ma centralizza decisioni e risorse, con potenziali effetti negativi su investimento pubblico, competitività internazionale e rapporti tra porto e territorio.
I critici della riforma temono anche che l’esercizio provvisorio dei bilanci delle AdSP e una progressiva concentrazione delle risorse possano rallentare progetti infrastrutturali già programmati. Specie nei grandi scali come Trieste, Genova e Livorno, creando incertezza per imprese, lavoratori del porto e stakeholder locali.
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