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La Miniera Sopra Suolo: tra Ovidio e l’acciaio, per un’identità della materia

di Redazione L'Identità -


di GIOVANNI BATTISTA RAGGI

Omnia mutantur, nihil interit” — tutto cambia, nulla perisce. L’antico adagio di Ovidio non è mai stato così attuale come oggi, mentre l’Occidente si interroga su come sopravvivere alla propria stessa opulenza materiale. Ma se la filosofia ci offre la consolazione, è la strategia a doverci indicare la rotta. Il recente rapporto di Zero Waste Scotland non va letto come un semplice studio sui detriti, ma come un trattato di logistica nazionale che l’Italia farebbe bene a studiare con l’attenzione che si riserva ai dispacci militari. La logistica, come ricordava il Barone de Jomini, è l’arte di muovere le masse, ma oggi è soprattutto l’arte di non disperderle. I dati scozzesi sono una sveglia per le nostre coscienze: si stima che l’80% dell’acciaio strutturale degli edifici a piano unico possa essere riutilizzato anziché riciclato. Non fuso con dispendio energetico, ma riutilizzato, preservando intatta la memoria della materia.

In Italia, nel 2026, viviamo un paradosso pericoloso: siamo maestri nel recupero ma ancora fragili nella sovranità delle risorse. Dipendiamo dalle importazioni mentre camminiamo sopra un tesoro. Solo nel terminal scozzese di Sullom Voe si parla di gestire 200 mila tonnellate di acciaio e 300 mila tonnellate di materassi in calcestruzzo. Entro il 2040, la Scozia smantellerà circa 250 turbine eoliche all’anno. È una marea di materia che attende un’identità. Se non saremo noi a ricertificarla, saranno altri a farlo, trasformandoci in una colonia di broker stranieri. Non c’è sovranità senza memoria, ed è per questo che la mossa della Finlandia di imporre entro il 2025 l’uso di modelli 3D e passaporti digitali è una lezione di civiltà. È quella che definisco la “Anagrafe della Materia”, un sistema che garantisce la tracciabilità totale per le future demolizioni, trasformando l’anonimo scarto in risorsa con nome e cognome.

Anche l’Italia sta muovendo passi decisivi con nuovi protocolli per il riutilizzo dell’acciaio, ma serve più coraggio. Dobbiamo trasformare le nostre piattaforme offshore dell’Adriatico — prossime alla dismissione — e i nostri distretti industriali in vere “Material Management Facilities”. Luoghi dove il genio meccanico italiano possa ricertificare componenti complessi, dalle turbine ai sistemi subsei, leggendo nel loro passaporto digitale una storia da continuare, non da cancellare.

“L’economia è l’ancora della politica”, e l’ancora oggi è fatta di acciaio rigenerato e certificato. Creare hub per il riuso significa sottrarre la materia all’oblio della discarica per consegnarla alla gloria della produzione. Non è solo “economia circolare”, termine spesso abusato da una certa retorica cosmopolita; è la nostra antica saggezza artigiana che si fa Stato. Dobbiamo guardare ai nostri scarti industriali con lo stesso rispetto con cui guardiamo alle pietre dei nostri centri storici. Solo così l’Italia smetterà di essere un consumatore passivo di risorse globali per tornare a essere un produttore sovrano di civiltà. La materia ha un’anima e ha una storia: il nostro compito è non interromperla.


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