Cultura & Spettacolo

Puccini, l’inno a Roma e la “bella porcheria”

di Redazione -


Puccini, l’inno a Roma e la “bella porcheria”
di RICCARDO LENZI

Il 23 marzo 1919 Benito Mussolini aveva fondato a Milano i primi “Fasci di combattimento”: singolare coincidenza, tre giorni dopo Giacomo Puccini scriveva alla moglie di aver composto un pezzo d’occasione per la principessa Iolanda di Savoia. Si trattava appunto di quell'”Inno a Roma” al centro delle polemiche di questi giorni, interpretato dalla direttrice d’orchestra Beatrice Venezi, entrambi in “odor di fascismo”. Un brano che il regime avrebbe poi utilizzato per le cerimonie ufficiali, ma che Puccini in quella lettera scritta alla moglie Elvira definisce «una bella porcheria».

Puccini e il fascismo

Ma lasciando perdere ogni interessata retorica, quale fu l’atteggiamento del compositore lucchese nei confronti del fascismo? Sarcastico e velato di pessimismo. Egli fu neutralista nelle guerre con le quali convisse (morì poi nel 1924) e condivise con gli amici una certa perplessità nei confronti del cosiddetto nuovo che stava avanzando. Era sì molto preoccupato per i disordini civili che seguirono la fine della Grande guerra, ma non era affatto convinto dalle risoluzioni proposte dal futuro Duce. Coltivava il sogno di un teatro nazionale che producesse ed esportasse in maniera organizzata e ordinata le opere di autori italiani, ma un’udienza con Mussolini nel novembre del 1923 rimase senza conseguenze concrete. Qualche mese dopo gli fu poi consegnata una tessera ad honorem del Partito nazionale fascista. Egli non la rifiutò ma mantenne un atteggiamento distaccato, concentrato com’era sulla sua ultima opera, “Turandot”, e più che altro desideroso di difendere per la sua famiglia un’aura di quieto vivere. Inoltre fu nominato senatore il 18 settembre 1924, ma la morte gli impedì di sedere sui banchi del cosiddetto Parlamento.

I colleghi durante il ventennio

Ma come si comportarono i suoi colleghi durante il Ventennio? Di Franco Alfano, il cui nome è tra l’altro legato al completamento dell’opera “Turandot”, esiste una entusiastica lettera inviata a Mussolini il primo marzo 1932: «Il Quartetto che ebbi l’onore di dedicarLe in questo momento fa il giro del mondo… sono tanto lieto di ciò che non ho potuto tacerlGlielo». Nel 1926 Pietro Mascagni si esalta come nell'”Inno al Sole” dell'”Iris” al pensiero di un teatro degno della Roma imperiale, e scrive al Duce: «In questi anni ho sentito dentro di me sempre più aumentare la sensazione che il mio sogno potesse diventare realtà… era sorto l’Uomo che, come me, più di me, aveva sognato la grandezza d’Italia, la grandezza di Roma! Ed ogni ostacolo abbatteva con braccio sicuro e poderoso, e spazzava libera la strada che batteva superbamente, innalzando a realtà gloriosa i Suoi sogni». Alfredo Casella nel 1928 scrive al sommo Duce, caratterizzandone la personalità: «Lei, che di ogni problema nostro ha assoluta conoscenza, e che in particolar modo sa come debba apparire agli occhi degli stranieri ogni aspetto della nostra vita nazionale». Anche Francesco Cilea, l’autore di “Adriana Lecouvreur”, Lo contattò al fine di un suo appoggio: «Invoco dall’Eccellenza vostra una parola alta e buona ai dirigenti de il Teatro reale di Roma, affinché non sia ostacolato a me solo il percorrere quella via che è pure una necessità di vita per un artista». Umberto Giordano fu meno sottile poeta del suo Andrea Chénier quando Gli scrisse: «Voglia Vostra eccellenza considerare la mia autocandidatura alla presidenza dell’Eiar come un fervido contributo all’instancabile opera che il mio Duce quotidianamente fornisce per ridonare agli italiani il primato spirituale nel mondo». Il sentimento tragico di Becket dal capolavoro “Assassinio nella cattedrale” non traspare nella lettera che Ildebrando Pizzetti Gli invia nel gennaio 1932: «…mi permetta Vostra eccellenza dirLe che considereri come il più alto premio alla mia attività e alla mia opera se Ella volesse degnarsi di assistere alla prova generale di “Debora”. In ogni modo anche se Ella non abbia ad esaudire il mio voto, voglia considerarne l’espressione come un segno profondo di devozione di un cittadino ed artista che sente e sa la grandezza dell’Uomo al quale egli ora si rivolge».


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