Il Ceo QatarEnergy fa traballare l'intesa, i dubbi dei sauditi. Intanto le Borse crollano e lo spread vola con la Bce
Il Qatar è deluso con gli Usa, arrabbiato. La Casa Bianca era stata avvisata. E l’America ha deciso lo stesso, nonostante i timori e le paure degli alleati mediorientali, di lanciarsi nell’avventura bellica iraniana. Saad al-Kaabi, di mestiere, fa il Ceo di QatarEnergy. È lui l’uomo da cui mezzo mondo compra il gas. La Cina, per esempio. Il Giappone. L’Europa, noi come Italia su tutti. Al Kaabi, interpellato dall’agenzia Reuters, ha affermato di aver “sempre messo in guardia, parlando con i dirigenti delle aziende petrolifere e del gas con cui collaboriamo, e parlando con il Segretario all’Energia degli Stati Uniti, su queste conseguenze e sul fatto che ciò avrebbe potuto essere dannoso per noi”.
La delusione Qatar con gli Usa
Non è mica una cosa da poco. Al di là della questione in sé, che è già gravissima di suo. La capacità di produzione, in termini di Gnl, è scesa del 17%. Ci vorranno non meno di cinque anni per ripristinarla. Le perdite ammonteranno a venti miliardi di dollari, a causa dei lavori che bisognerà fare sarà necessario programmare interruzioni nella produzione che comporteranno un gap di 12,8 milioni di tonnellate di Gnl l’anno. “Non avrei mai immaginato, nemmeno nei miei peggiori incubi, che il Qatar e la regione potessero essere sottoposti a un attacco simile, soprattutto da parte di un Paese musulmano fratello durante il Ramadan”, ha detto riferendosi ai missili piovuti su Ras Laffan.
I dubbi di bin Salman
Ma non basta. Perché l’Arabia Saudita, di questa situazione, pare non sia troppo felice. Se non altro per una questione d’immagine. Mohamed bin Salman sta facendo di tutto per rinfrescare l’idea che il mondo ha del suo Paese. Ma se il petrolio salirà a 180 dollari al barile, scenario che per Riyadh è più che possibile se la chiusura al passaggio di Hormuz si prolungherà oltre aprile, sarà difficile convincere il globo terracqueo che i sauditi non siano “beneficiari”, seppure indiretti, della guerra. E, ancora più dannoso per gli affari in chiave futura, un costo tanto proibitivo del petrolio potrebbe spingere tanti Paesi (e non solo i consumatori) a virare su altre fonti energetiche, affidabili e a basso costo. Su tutte il nucleare. Sul quale, svegliandosi da un sonno decennale e ribaltando un tabù, sta puntando, oltre alla Cina, persino l’Europa. Se i timori di cui ha parlato il Wsj fossero reali, occorrerebbe attendersi dall’Opec+ una nuova politica in materia di produzione. Cosa di cui, al momento, non s’ha notizia.
Il pedaggio di Teheran
Intanto l’Iran ha imposto una sorta di pedaggio. Ci sono nove tanker in attesa. Anzi, otto. Una petroliera ha già pagato la “dogana”: due milioni di dollari. E pensare che c’è chi si lamenta delle autostrade italiane. Per Donald Trump, che sognava di “forzare” lo Stretto una beffa nella beffa. A cui ha reagito, come sa chiunque compulsi i social, in maniera fin troppo sguaiata. La sostanza dei fatti, però, non cambia. La Casa Bianca ora deve affrontare la (giusta) reazione dei suoi partner storici mediorientali. Che avevano, come sappiamo, accettato di comprare e vendere petrolio in dollari, in cambio di tranquillità e protezione. Cosa che, allo stato attuale, non hanno più. E di cui, come ha detto Al-Kaabi, ora iniziano ad addossare responsabilità proprio all’America. Tutto questo mentre Xi, come il tizio del proverbio cinese, resta sulla sponda del fiume. E aspetta.
Una giornata d’inferno sui mercati
La giornata di ieri, in Borsa, è stata infernale. Dopo una mattinata di attesa, l’Europa s’è lasciata andare alla depressione: il Dax di Francoforte cede il 2,23% e il Cac 40 di Parigi l’1,82%, mentre il Ftse 100 di Londra perde l’1,57%. Milano regge fin che può e cede l’1,97%. Del resto, col petrolio stabile sulla soglia dei 110 dollari al barile e il gas che oscilla tra i 60 e i 61 euro al Mwh e dopo la ferale decisione sui tassi, con outlook al rialzo (confermato dal governatore della Banca di Germania Joachim Nagel), della Bce non è che si potesse pretendere di più dai già terrorizzati mercati. In Italia lo spread è schizzato a 91 punti. Eppure qualche effetto positivo si inizia a vedere. Dopo il Dl carburanti, il prezzo alla pompa è effettivamente sceso. L’87% dei distributori ha aderito ai tagli, dice il Mimit, e il costo è sceso sotto i 2 euro per il gasolio e attorno a 1,6 euro per la benzina. Un’analisi Unimpresa riferisce che, grazie alla sfrondata da 25 cents sulle accise, le famiglie italiane potranno risparmiare fino a 44 euro nei venti giorni in cui resteranno giù. Per gli autotrasportatori, invece, la minor spesa potrebbe aggirarsi addirittura attorno ai 500 euro. Nel frattempo che in Medio Oriente qualcosa si muova e che tra Iran, Qatar, Usa e Israele torni (almeno) la calma.