Quelli che il referendum vale solo se vince il no
Nel dibattito sulla riforma della giustizia e sul referendum di marzo che propone la separazione delle carriere e il sorteggio dei membri del Csm si consuma l’ennesima frattura tra due visioni opposte dello Stato di diritto. Da una parte la maggioranza e il governo, dall’altra l’opposizione e un pezzo della magistratura che ha scelto da tempo il terreno dello scontro politico. Il ministro della Giustizia Nordio ha ribadito un concetto semplice, eppure sistematicamente travisato: l’esito del referendum, qualunque esso sia, non inciderà sulla vita politica né altererà i rapporti tra magistratura e politica.
Non c’è alcun disegno punitivo, nessuna volontà di compressione dell’autonomia dei giudici. C’è, semmai, l’idea – legittima in una democrazia matura – che il sistema delle correnti e delle cooptazioni abbia prodotto degenerazioni evidenti e che servano correttivi per restituire credibilità e fiducia alla magistratura. Di fronte a questa impostazione, l’opposizione e le toghe rosse rispondono con toni apocalittici. Si parla di attentato all’indipendenza della magistratura, di giudici messi sotto il controllo della politica, di svolte autoritarie. Accuse gravi, ma infondate, che finiscono per alimentare un clima di paura e disinformazione. Dire che la separazione delle carriere cancelli l’autonomia dei magistrati significa
mentire sapendo di mentire – ecco perché informare e dire la verità è nostro compito ora più che mai.
C’è poi una differenza che pesa come un macigno sul piano democratico. La maggioranza ha dichiarato senza ambiguità che rispetterà la volontà popolare anche in caso di vittoria del no. Il referendum è lo strumento con cui i cittadini decidono, non un ostacolo da aggirare. Al contrario, dalla sinistra e dall’Anm arriva un messaggio inquietante: il sì non deve vincere, perché altrimenti la democrazia sarebbe a rischio. Non è difficile cogliere il paradosso di chi invoca la democrazia solo quando conferma le proprie posizioni. Il nodo, in fondo, è tutto qui. Per il governo la riforma della giustizia è una sfida da affrontare alla luce del sole, affidandosi al giudizio degli elettori.
Per l’opposizione e le toghe politicizzate è una battaglia in trincea per difendere un potere che va invece smantellato. Ancora una volta, il consenso popolare diventa accettabile solo se conforme agli interessi di casta. È questo vulnus democratico – non le riforme costituzionali – la deriva che dovrebbe preoccupare tutti.
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