Giustizia, il referendum che non riguarda il governo ma la civiltà giuridica
Referendum sulla giustizia e separazione delle carriere: perché il voto riguarda l’equilibrio costituzionale e il giusto processo, non la politica.
Separazione delle carriere: una questione di Costituzione, non di Governo
Il dibattito referendario sulla riforma della giustizia imporrebbe, oggi più che mai, un approccio rigoroso, lontano da semplificazioni ideologiche e da letture piegate alla contingenza politica. In gioco, infatti, non vi è la tenuta di una maggioranza di governo né un giudizio sull’operato dell’Esecutivo, ma una questione strutturale dell’ordinamento costituzionale: l’effettiva attuazione dei principi di imparzialità, terzietà e indipendenza della funzione giurisdizionale sanciti dalla Costituzione repubblicana.
La separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante non rappresenta una torsione autoritaria né un tentativo di assoggettare la giurisdizione al potere politico. Essa si inserisce, al contrario, in una riflessione storica e dottrinale di lungo periodo, ampiamente presente nella cultura giuridica italiana e nel diritto comparato. Una riflessione che mira a superare criticità sistemiche emerse nel tempo, in particolare quelle connesse alla concentrazione di potere ordinamentale e associativo e alle ricadute che tali dinamiche producono sull’equilibrio del processo.
È in questo quadro che si colloca la posizione di Luigi Bobbio, magistrato ed ex senatore della Repubblica, il quale invita a sottrarre il referendum a ogni lettura strumentale. Votare “no” nella convinzione di esprimere un giudizio contro il Governo – osserva Bobbio – significa fraintendere radicalmente la natura della consultazione. Anche un’eventuale vittoria dei “no” non produrrebbe alcuna conseguenza politica sull’Esecutivo, poiché non si tratta di un referendum politico, ma di una riforma di civiltà giuridica e di piena attuazione della Costituzione.
Bobbio e Caiazza: civiltà giuridica contro paure costruite
Secondo Bobbio, la riforma avrebbe potuto essere varata anche da un governo di centrosinistra, se non fosse mancata la forza di sottrarsi agli interessi corporativi che da anni condizionano il dibattito sulla giustizia. La separazione delle carriere rappresenta, infatti, una storica battaglia della sinistra italiana nella sua tradizione più autentica, quella attenta alla separazione dei poteri e alle garanzie del giusto processo. Negarla in nome di un risultato politico illusorio significa infliggere un danno ai cittadini, privandoli di una conquista costituzionale che, proprio perché tale, non ha colore politico.
A smontare uno degli argomenti più ricorrenti del fronte del “no” interviene l’avvocato penalista Gian Domenico Caiazza, che definisce costruita ad arte la paura di una magistratura assoggettata alla politica. La separazione delle carriere, sottolinea Caiazza, non rafforza il controllo del potere politico sulla giurisdizione, ma rompe piuttosto un monopolio: quello esercitato dall’Associazione Nazionale Magistrati, soggetto privato che nel tempo ha occupato spazi sempre più ampi nel governo autonomo della magistratura, a partire dal CSM.
In questo senso, la riforma non indebolisce l’indipendenza della magistratura, ma ridistribuisce i poteri interni, rafforzando le garanzie del giusto processo e l’eguaglianza delle parti, oggi compromesse da assetti divenuti opachi e autoreferenziali.
Referendum sulla Giustizia: il voto, le illusioni e l’eterna confusione italiana
Il referendum sulla giustizia non chiede agli elettori di schierarsi a favore o contro un governo, ma di scegliere tra due modelli di ordinamento. Da un lato, la difesa dello status quo, spesso scambiata per garanzia democratica; dall’altro, un tentativo di riallineare il sistema ai principi costituzionali di terzietà ed equilibrio dei poteri.
Eppure, anche questa volta, il rischio è quello di assistere al solito copione italiano: votare “contro” qualcuno sperando in un effetto politico che non arriverà e finire, nel frattempo, per difendere assetti di potere che nulla hanno a che vedere con la tutela dei diritti. Del resto, da noi la giustizia è sacra. Purché resti immobile.
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