Hassan, Salis e il garantismo a corrente alternata
Il caso Rima Hassan tra accuse di apologia di terrorismo, verifiche su sostanze e garantismo selettivo della sinistra radicale europea mette a nudo coerenza e opportunismo politico
Tra solidarietà, sostanze e doppio standard politico
C’è una reazione ormai prevedibile ogni volta che un esponente della sinistra finisce sotto inchiesta: gridare alla persecuzione, evocare complotti e trasformare un’indagine giudiziaria in simbolo politico, quasi fosse un attacco personale al cuore pulsante della democrazia progressista. È accaduto anche stavolta con Rima Hassan, fermata a Parigi e ora attesa da un processo per un post sui social considerato dalla magistratura potenzialmente riconducibile all’apologia di terrorismo.
La collega italiana Ilaria Salis non ha esitato a intervenire con parole dure e inequivocabili:
“Esprimo la mia piena solidarietà a Rima Hassan, mia collega al Parlamento europeo nel gruppo The Left in the European Parliament e membro della France Insoumise, attualmente in stato di fermo a Parigi nonostante la sua immunità parlamentare. Rima è stata privata della libertà per una dichiarazione sui social, pazzesco! È evidente il carattere politico di questa misura, che appare come un atto di intimidazione diretto non solo contro una rappresentante eletta, ma contro l’intero movimento di solidarietà con il popolo palestinese. Mala tempora currunt. Resistere e lottare!”
Nel caso Hassan, oltre all’indagine per apologia di terrorismo, emerge anche un secondo capitolo: al momento del fermo sono state avviate verifiche per la presenza di sostanze. Non c’è ancora nulla di accertato, ma è un dettaglio che complica la narrativa della “persecuzione politica” e mette in luce l’innegabile contrasto tra clamore ideologico e fatti ancora da chiarire, ricordando a chiunque ami le semplificazioni che la realtà raramente si piega agli slogan.
Il garantismo a corrente alternata: Hassan sì, Santanchè no
Eppure, proprio qui si misura la coerenza: se l’immunità parlamentare diventa un baluardo inviolabile quando a essere colpiti sono “i propri”, allora dovrebbe valere allo stesso modo anche per le inchieste che riguardano esponenti del governo, dove basta un avviso di garanzia per chiedere dimissioni immediate, come accaduto per Daniela Santanchè. La legge sembra applicarsi a corrente alternata, a seconda del colore politico di chi finisce sotto la lente, e chi osserva da fuori può solo annotare che il garantismo a geometria variabile ha trovato un nuovo campione.
Il punto non è stabilire oggi la colpevolezza di Hassan, che spetterà ai giudici, ma capire se il garantismo della sinistra è davvero principio o semplice opportunismo. Se ogni inchiesta che riguarda la propria area diventa un complotto, mentre ogni inchiesta che riguarda l’avversario si trasforma in condanna anticipata, allora non siamo più nel campo della difesa dei diritti, ma in quello della difesa di un perimetro politico.
Principi, propaganda e maschere cadute
Il caso Hassan, con le parole della Salis e il clamore mediatico che lo accompagna, diventa così un test non sulla colpevolezza di una persona, ma sulla credibilità di un’intera narrazione: tra principi proclamati e opportunismo praticato, tra indignazione social e realtà dei fatti, emerge una verità semplice ma scomoda, che a chi ama il teatro della coerenza politica sfugge spesso: le maschere cadono sempre nel momento meno elegante, e chi grida più forte non sempre ha ragione, ma può contare su un pubblico pronto ad applaudire senza domandarsi perché.
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