Sanremo, Arisa: non è una favola, è il punto di non ritorno
Al Festival la forma definitiva di un’artista che non deve più dimostrare nulla
Ci sono esibizioni che non servono a rilanciare una carriera, ma a dichiararla compiuta. Arisa, alla prima serata di Sanremo con “Magica Favola”, ha fatto esattamente questo: non ha cantato una canzone, ha mostrato la versione definitiva di sé. Una presenza che non chiede più di essere capita, una voce che non deve più dimostrare nulla, un’eleganza che non è estetica ma maturità. Guardandola, si aveva la sensazione che tutto il suo percorso – l’usignolo timido degli esordi, i look goffi, le oscillazioni tra X Factor, The Voice, le vittorie, le fragilità esposte come cicatrici – avesse finalmente trovato una forma stabile. Non una trasformazione, ma un assestamento: Arisa che diventa Arisa.
Arisa a Sanremo, il punto di non ritorno
E allora sì, non potrà mai essere meglio di così, non perché non crescerà, ma perché ha raggiunto quel punto in cui un’artista non si supera più: si riconosce. È un istante raro, quasi crudele, perché dopo non c’è più la tensione verso il “meglio”, c’è solo la responsabilità di abitare ciò che si è diventati.
Gli altri istanti assoluti
Altri hanno vissuto questo momento-soglia. Mia Martini con “Almeno tu nell’universo”, quando la voce smette di essere voce e diventa destino. Mina nelle esibizioni televisive dei primi anni ’70, quando “Grande grande grande” e “E se domani” non sono più interpretazioni ma atti di sovranità. Anna Oxa nelle versioni mature di “Ti lascerò”, quando la sua presenza scenica diventa una geometria perfetta di controllo, carisma e consapevolezza. Laura Pausini con “Io canto” nei live della piena consacrazione, quando la potenza vocale si unisce alla padronanza scenica e il brano diventa un manifesto identitario. Giorgia con “Gocce di memoria” negli anni della maturità, quando la tecnica si piega finalmente alla vulnerabilità. Sono stati momenti in cui un’artista non cresceva: si compiva.
Forse dovremmo smettere di chiedere agli artisti di superarsi. Forse il vero privilegio è riconoscere quando arrivano al loro “così”: quel punto in cui voce, corpo, storia e canzone si allineano come pianeti. Arisa ci è arrivata. E noi, per una volta, eravamo nel posto giusto per accorgercene.
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