“Divise sporche”: il taccheggio alla Coin di Roma Termini
Ventuno poliziotti e carabinieri indagati, la loro "talpa" una cassiera
“Divise sporche” dietro un taccheggio sistematico e organizzato alla Coin di Roma Termini. A pochi passi dai binari, dentro il cuore della stazione ferroviaria più grande d’Italia. I fatti, in un punto vendita apparentemente come tanti altri. Un esercizio diventato teatro di un’inchiesta che getta una nuova e scandalosa ombra su un pezzo delle forze dell’ordine.
Ventuno “divise sporche” indagate
Ventuno appartenenti alle forze dell’ordine — tra poliziotti della Polfer e carabinieri in servizio alla stazione di Roma Termini — sono stati iscritti nel registro degli indagati con l’accusa di furto aggravato in relazione a una serie di sottrazioni sistematiche di merce all’interno dello store Coin di via Giolitti: giacche, borse, profumi e altro abbigliamento di valore.
L’inchiesta, coordinata dal procuratore aggiunto Giovanni Conzo e dal pm Stefano Opilio, ha portato sotto accusa in totale 44 persone, ma sono proprio i 21 appartenenti alle forze dell’ordine a sollevare interrogativi difficili da ignorare. Perché, secondo gli investigatori, avrebbero agito in modo continuativo e con la complicità di una cassiera interna al negozio.
Un ammanco di merce pari al 10% del fatturato
Il caso e la scoperta dei ripetuti furti, da un dato numerico che non tornava. Nel bilancio di inventario i conti del punto vendita hanno evidenziato un ammanco di circa 184 mila euro. Oltre il 10% del fatturato, una soglia di scarto tale da superare di gran lunga la stima assegnata al taccheggio, generalmente intorno al 2-3% in punti vendita simili. Proprio questo buco, ritenuto troppo consistente per essere frutto di un taccheggio casuale, a spingere la direzione a incaricare verifiche più approfondite con l’ausilio di una società di investigazione privata.
Le telecamere hanno consentito di rivelare il meccanismo messo in atto. Al centro della trama, una cassiera del negozio, ritenuta dagli inquirenti la “talpa interna”. Secondo gli accertamenti, la donna avrebbe selezionato in anticipo capi e prodotti, rimosso le placche anti-taccheggio, tagliato le etichette e predisposto borse con la merce sottratta che veniva poi consegnata a chi l’aspettava.
Un sistema “collaudato”
Come avrebbe funzionato l’intera operazione messa in atto dalle “divise sporche” a Roma Termini? Le indagini delineano un modello che non si fonda su furti plateali o improvvisati, ma su prelievi quotidiani calibrati per non destare sospetti. Vendite simulate, etichette rimosse con cura, consegne rapide tra i corridoi e agli ingressi del negozio. Un sistema costante che mirava a far sparire la merce senza attirare l’attenzione dei clienti e dei responsabili della sicurezza. A far scattare l’allarme solo la soglia oltre ogni stima di merce mancante e registrata negli inventari.
Tra gli indagati – che sarebbero stati già trasferiti – un primo dirigente della Polfer, due commissari, un ispettore, un assistente capo, un vice sovrintendente, un assistente capo coordinatore, un sovrintendente capo, un’agente. In più dodici militari dell’Arma, tra cui un brigadiere, alcuni vice brigadieri e infine appuntati scelti in servizio allo scalo.
Al di là delle divise, gli investigatori hanno esteso le verifiche anche ad alcuni dipendenti di negozi vicini che, secondo una ricostruzione, avrebbero utilizzato lo stesso schema illecito messo in atto fino all’allerta definitivo sugli scaffali derubati.
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