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Sempre più giovani radicalizzati: la lente del Viminale e dell’intelligence

Un fenomeno in crescita: i più gravi casi sono raddoppiati

di Dave Hill Cirio -


Ogni giorno, la lente del Viminale e dell’intelligence sul fenomeno dei giovani radicalizzati.

L’arresto nel Trevigiano

Ha 15 anni. È cresciuto in provincia. Secondo gli inquirenti aveva già superato il confine tra propaganda e violenza. L’arresto del minorenne nel Trevigiano non è un episodio isolato. È l’ultimo segnale di un fenomeno che da mesi preoccupa forze dell’ordine e intelligence.

La radicalizzazione degli adolescenti non è più un’ipotesi. È una realtà monitorata ogni giorno. Nel caso alle cronache ieri, l’indagine della Procura per i Minorenni di Venezia ha fatto emergere un profilo ritenuto pericoloso.

Gli investigatori parlano di messaggi d’odio, incitamenti alla violenza e contenuti estremisti diffusi online, di un auto-addestramento all’uso di armi. Le accuse contestate riguardano apologia di terrorismo, istigazione e addestramento. Tutto passa dalla Rete.

Le indagini: Viminale e intelligence in campo

Secondo chi indaga, il ragazzo frequentava ambienti virtuali riconducibili all’estrema destra suprematista. Chat chiuse, canali riservati, linguaggi codificati. Un ecosistema digitale che protegge chi entra e respinge chi prova a osservare: perciò una lente quotidiana di Viminale e intelligence sui giovani radicalizzati. Fonti investigative spiegano che questi percorsi iniziano quasi sempre allo stesso modo. Un adolescente isolato. Ore passate online. Contatti progressivi con gruppi che offrono identità, appartenenza, nemici comuni.

Negli ultimi mesi, le cronache giudiziarie hanno raccontato decine di casi simili. Minorenni tra i 13 e i 17 anni finiti sotto osservazione per propaganda neonazista, jihadista o accelerazionista. In diversi casi, perquisizioni, sequestri di telefoni, dispositivi elettronici e materiale di propaganda.

Gli inquirenti spiegano che spesso non si arriva a un arresto, ma il monitoraggio continua per mesi. Gli investigatori parlano di una crescita costante dei fascicoli aperti. Ogni caso richiede valutazioni rapide e un approccio multidisciplinare: famiglia, scuola, servizi sociali. La cooperazione tra Polizia, Digos e Polizia postale è continua.

I canali social più usati dai giovani radicalizzati

Il dato che accomuna quasi tutte le inchieste, il canale di radicalizzazione. Telegram domina la scena. È lì che convergono percorsi iniziati su altri social. TikTok intercetta interessi e curiosità dei ragazzi. Discord crea comunità e scambi di contenuti. Telegram radicalizza, e lo fa in modo silenzioso, spesso invisibile alle famiglie.

Le chat sono chiuse. I contenuti scorrono veloci. Manuali, slogan, immagini violente. L’odio viene normalizzato. La violenza viene raccontata come risposta legittima. Gli inquirenti raccontano di minori che replicano modelli osservati all’estero, creando simulazioni di azioni violente e testando i confini delle loro azioni. Molti ragazzi non hanno contatti diretti con organizzazioni strutturate. Agiscono da soli, si auto‑addestrano online. Leggono manuali, condividono contenuti e ricercano conferme tra i coetanei.

I lupi solitari

Sono i cosiddetti lupi solitari, difficili da intercettare fino a quando non superano il confine del crimine. Negli ultimi due anni, le forze di sicurezza hanno intensificato il monitoraggio dei minori radicalizzati. Il Viminale segue il fenomeno come priorità emergente. Il Comitato di Analisi Strategica Antiterrorismo riceve aggiornamenti quotidiani.

Gli arresti per estremismo sono aumentati del 53,8%, passando da 13 a 20 persone arrestate fino al luglio scorso. I casi più gravi che coinvolgono minorenni sono raddoppiati. Il controllo avviene su più livelli. Analisi dei flussi online, segnalazioni delle piattaforme, attività sotto copertura negli ambienti digitali più chiusi, collaborazione con intelligence europee. Gli investigatori spiegano che occorre distinguere tra chi è interessato a contenuti estremisti e chi si sta radicalizzando davvero. E precisano che l’obiettivo non è solo repressivo.

Serve intercettare segnali deboli: simboli, frasi ricorrenti, mutamenti improvvisi nel linguaggio, interesse crescente per i manuali di violenza. Ogni segnale viene registrato e valutato. Decine di profili monitorati in modo continuativo. Ragazzi che oscillano tra fascinazione ideologica e rischio operativo. Ogni caso è diverso, ma la dinamica è simile: isolamento, esposizione a ideologie estreme, adesione a comunità online che legittimano la violenza. La difficoltà maggiore per il monitoraggio resta la velocità. Le piattaforme cambiano. I gruppi si spostano. I linguaggi si adattano.

La radicalizzazione accelera

La radicalizzazione corre più veloce degli strumenti di contrasto: in campo, una formazione continua delle forze di polizia, con il Viminale a coordinare il monitoraggio dei giovani radicalizzati. Psicologi e analisti concordano: l’età è critica, l’identità è fragile, il bisogno di riconoscimento è forte. L’ideologia, perciò, offre risposte semplici. Il web amplifica tutto: ogni messaggio trova eco, ogni gesto viene celebrato. Il confine tra gioco, provocazione e violenza reale diventa sottile.

Per questo il caso del Trevigiano pesa più del singolo arresto. Racconta un meccanismo che si ripete. Un adolescente qualunque. Una radicalizzazione silenziosa. Un salto improvviso di qualità. Per chi lavora su questi dossier, non emergenze episodiche. È un processo strutturale. E riguarda ragazzi sempre più giovani.

Ignorare questi segnali significa arrivare tardi. Quando l’odio ha già messo radici. Quando la violenza smette di essere virtuale. Ogni giorno gli investigatori osservano decine di profili, valutano centinaia di messaggi e segnali, e cercano di intervenire prima che diventino violenza. Nessuna scorciatoia. Una partita silenziosa, complicata e urgente. A pagare il prezzo più alto, può essere un Paese che nella sua interezza non ha saputo guardare in tempo.

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