Perché separare le carriere dei giudici e dei PM è essenziale per un processo equilibrato
Separare le carriere di giudici e pubblici ministeri garantisce terzietà, equilibrio del processo e rispetto dell’articolo 111 della Costituzione
Il nodo della commistione delle carriere
Come possono dirsi già separate carriere che condividono lo stesso organo disciplinare e lo stesso sistema di avanzamento professionale?
La domanda non è polemica, ma logica. E mette in discussione l’idea, spesso ripetuta, che l’attuale assetto dell’ordinamento giudiziario garantisca già la terzietà del giudice.
La commistione delle carriere non è un problema simbolico. Incide sull’equilibrio del processo penale. Quando giudice e pubblico ministero appartengono allo stesso ordine, condividono percorsi professionali, valutazioni e disciplina, la terzietà non è strutturalmente garantita. È rimessa alla correttezza individuale. Ma uno Stato di diritto non affida l’equilibrio del processo alle qualità personali dei suoi protagonisti: lo costruisce con regole.
Separare le carriere significa dare attuazione concreta all’articolo 111 della Costituzione, che richiede un giudice terzo e imparziale tra accusa e difesa.
La prova quotidiana
Chi frequenta le aule di giustizia conosce una scena ricorrente:
«Tra non molto uscirà la camera di consiglio, avvisate il PM che tra un quarto d’ora può scendere».
Una frase apparentemente innocua, mai a favore degli avvocati della difesa.
Luigi Bobbio, magistrato e già senatore della Repubblica, l’ha commentata così: «Questa frase, apparentemente innocua, non viene mai detta a favore degli avvocati degli imputati. È la spia, la manifestazione sussurrata, la voce dal sen fuggita di una colleganza tra giudice e PM, di una comunanza di appartenenza che colloca il PM una spanna sopra gli avvocati. È un atteggiamento geneticamente condizionato».
L’osservazione di Bobbio non riguarda la malafede dei singoli. Riguarda il sistema. La prossimità tra giudice e PM non nasce da comportamenti scorretti, ma da un assetto ordinamentale che li colloca all’interno dello stesso percorso professionale. In questo contesto, il pubblico ministero non è percepito come una parte tra le altre, e l’equilibrio processuale ne risente.
L’avv. Gian Domenico Caiazza, già presidente delle camere penali, conferma la diagnosi:
«Basta menzogne. In tutti i sistemi del mondo che prevedono la dipendenza del PM dal Governo esistono regole molto complesse: limiti al potere di indirizzo del Ministro, gerarchie interne, poteri delle persone offese, possibilità per il PM di operare in difformità dagli indirizzi. Nulla di tutto questo è previsto né possibile nel nostro ordinamento costituzionale. Parlare diversamente è propaganda».
Caiazza sposta l’attenzione su un punto cruciale: le critiche alla separazione delle carriere spesso evocano scenari fantasma di politicizzazione. La realtà è opposta: se il giudice e il PM appartengono allo stesso ordine, il processo è intrinsecamente sbilanciato. La separazione serve a garantire equilibrio, rendendo il giudice realmente equidistante dalle parti.
La soluzione è la separazione
La convergenza di Bobbio e Caiazza è totale. Non si tratta di “punti di vista diversi” o di contrapposizione tra magistratura e avvocatura. La diagnosi è la stessa: la commistione delle carriere altera l’equilibrio processuale; la separazione è necessaria per la credibilità della giurisdizione.
Separare le carriere non indebolisce la giustizia. Rafforza la terzietà del giudice, garantisce la parità delle parti e rende il processo coerente con i principi costituzionali.
La domanda iniziale torna, inevitabile: come possono dirsi separate carriere che condividono organi disciplinari, percorsi, linguaggio e cultura?
Non possono.
Se giudici e PM vanno a braccetto, il processo balla da solo
Riconoscere la necessità della separazione non è sfiducia verso la magistratura.
È un atto minimo di realismo: il processo non può essere equilibrato se giudice e pubblico ministero camminano a braccetto. La terzietà non è un optional.
E chi ancora pensa il contrario… beh, speriamo almeno che impari a ballare in coppia.
Leggi anche: Referendum e “Impresentabili”: Il Fatto tra fantasmi, anatemi e titoli da tribunale morale
Torna alle notizie in home