Stella Boggio dopo la condanna il tentato suicidio
Dramma a Limbiate dopo la sentenza che ha visto Stella Boggio, la 34enne arredatrice d’interni condannata a 21 anni per l’omicidio del compagno Marco Magagna, è stata ricoverata d’urgenza all’ospedale di Garbagnate Milanese nella scorsa notte. Secondo le prime informazioni, avrebbe assunto una dose eccessiva di tranquillanti, farmaci che già assumeva in precedenza per gli attacchi di panico. A dare l’allarme sono stati i genitori, nella cui abitazione la donna si trova agli arresti domiciliari. Le sue condizioni, per fortuna, non desterebbero preoccupazioni. Una condanna più severa di quanto chiesto dalla stessa Procura, che aveva parlato di 14 anni
La tragedia avvenuta nella notte dell’Epifania
Era la notte tra il 6 e il 7 gennaio 2025. Nell’appartamento al secondo piano di via Tonale a Bovisio Masciago, in provincia di Monza, Stella e Marco litigavano ancora. Urla, rimproveri, insulti. I vicini erano abituati a quelle scene, ai toni che si alzavano, alle porte che sbattevano. Ma quella notte qualcosa andò oltre. Secondo la ricostruzione dell’accusa, durante l’ennesima lite Marco Magagna, 38 anni, impiegato originario di Arese, avrebbe iniziato a schiaffeggiare Stella, spingendola a terra in cucina. Lei afferma che lui le bloccava la strada verso l’uscita impedendole di scappare. Poi il gesto estremo: una coltellata al cuore. Una lama di 18 centimetri conficcata quasi per tutta la sua lunghezza nel petto dell’uomo. Marco Magagna morì sul colpo.
Stella chiamò i soccorsi, ma per Marco non c’era più nulla da fare. Gli investigatori arrivarono e trovarono una scena che raccontava violenza, rabbia e disperazione. Stella venne arrestata e da quel momento si è sempre difesa sostenendo di aver agito per legittima difesa, di aver reagito a un’aggressione, ma di non aver avuto l’intenzione di uccidere. I giudici non le hanno creduto fino in fondo.
Un amore tossico fatto di litigi e violenze reciproche
Durante il processo è emerso un quadro spaventoso. Quello tra Stella e Marco non era amore, era decisamente altro. Il pubblico ministero Alessio Rinaldi l’ha definito “un amore tossico”, una relazione durata pochi mesi ma caratterizzata da dinamiche profondamente disfunzionali. Liti continue, sia verbali che fisiche. Alcol in abbondanza da parte di entrambi. Violenze che andavano e tornavano, in un circolo vizioso senza fine. Testimonianze di vicini, amici e familiari hanno confermato: si sentivano urlare di continuo, si insultavano e si aggredivano. Pochi giorni prima dell’omicidio, Marco era stato ferito alla mano con un coltello dalla stessa Stella.
Durante le indagini era emerso che Stella aveva subito maltrattamenti da parte di Marco. Episodi documentati, raccontati e confermati. Ma per la Procura quei maltrattamenti non erano tali da giustificare il gesto estremo. “Nel momento in cui ha vibrato un colpo secco al cuore dell’uomo, infilando una lama di 18 centimetri per quasi tutta la sua lunghezza, non poteva non aspettarsi che quel corpo lo avrebbe ammazzato”, aveva detto il pm durante la requisitoria. “Avrebbe potuto uscire di casa o chiamare aiuto come fatto in altre occasioni”. Secondo l’accusa, Stella aveva già chiesto aiuto in passato, si era allontanata, aveva chiamato le forze dell’ordine. Quella notte poteva farlo di nuovo. Ma non lo fece.
Una sentenza più dura di quanto richiesto
Il pubblico ministero Alessio Rinaldi aveva chiesto 14 anni di reclusione, riconoscendo le attenuanti generiche e il contesto di violenza in cui la donna viveva. Ma la Corte d’Assise di Monza, presieduta dalla giudice Stefania Donadeo, è andata oltre. Ha riconosciuto le attenuanti generiche, sì, ma le ha ritenute solo equivalenti alle aggravanti, non prevalenti. E così è arrivata la condanna a 21 anni. Oltre alla reclusione, Stella dovrà risarcire i familiari di Marco: 242mila euro a ciascuno dei genitori, Giovanna Maria e Carlo, e 112mila euro al fratello Matteo, per un totale di circa 596mila euro. I beni della donna sono stati sequestrati a garanzia del pagamento. Al termine della pena, sarà sottoposta ad ulteriori tre anni di libertà vigilata.
La Corte ha però deciso di non togliere a Stella la potestà genitoriale sulla figlia di nove anni, riconoscendo che il legame con la bambina non deve essere spezzato nonostante la gravità del reato commesso.
Questa sentenza non restituisce la vita a Marco, non cancella il dolore della sua famiglia. E non salva Stella, che ha distrutto la propria esistenza e quella della figlia.
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