L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Editoriale

Povero italiano ridotto a idioma social

di Adolfo Spezzaferro -


C’è stato un tempo in cui la televisione pubblica entrava nelle case anche per insegnare a parlare in italiano. Niente di ufficiale sia chiaro, mica era una scuola serale. Ma milioni di italiani che a casa parlavano soltanto dialetto finirono per imparare l’italiano grazie alla Rai. E lo impararono da gente che, prima di aprire bocca in diretta davanti a milioni di spettatori, sapeva benissimo dove mettere un congiuntivo. Esistono filmati di repertorio in cui sportivi (sì, scegliamo proprio loro per sfatare un luogo comune) parlavano con una dizione e un lessico che oggi forse giusto qualche docente universitario.

La televisione pubblica aveva una colpa oggi imperdonabile: alzava il livello. Conduttori, attori, giornalisti e doppiatori parlavano un italiano impeccabile, spesso elegante, con una dizione quasi sempre perfetta e un lessico ricco e appropriato. Lo spettatore non veniva blandito con il ruffiano “parlo come te”: gli veniva offerta l’occasione di parlare un po’ meglio di prima.

Poi sono arrivati i social, e abbiamo assistito alla più devastante degradazione culturale degli ultimi decenni. La grammatica è diventata snob, la sintassi classista, la punteggiatura da pignoli e la consecutio un gesto di ostentazione intellettuale. Il vocabolario si è ristretto a una manciata di parole buone per ogni occasione: “iconico”, “top”, “assurdo”, “totale”. Per descrivere il resto ci sono parolacce e volgarità di ogni tipo. La cosa più grave che a questa sagra del minimo linguistico partecipano con entusiasmo proprio quelli che avrebbero il compito di abolirla. Giornalisti, conduttori, politici, opinionisti, manager, influencer e professionisti della comunicazione hanno capito una verità terrificante: se parli bene, qualcuno potrebbe pensare che tu sia colto. E oggi mostrarsi colti, sui social, è quasi peggio che essere antipatici.

Così tutti fanno a gara per sembrare “autentici”, che hanno studiato “all’università della strada”. Bisogna essere semplici, diretti, popolari – è il mantra. Tradotto: bisogna abbassarsi al livello di chi fa l’odiatore seriale sui social. E così siamo arrivati al paradosso finale: mai nella storia abbiamo avuto così tanti mezzi per parlare con tutti. Ma invece di approfittare per riportare in auge la nostra meravigliosa lingua, abbiamo aggiornato i dizionari con una serie di obbrobri spesso mutuati da parole inglesi. E a chi dice che è colpa di TikTok e dei videogiochi noi rispondiamo che è anche colpa di chi sapendo parlare bene, non lo fa per non sembrare un intellettuale snob.

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