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Politica

Verso un nuovo protagonismo del centro moderato?

di Giuseppe Ariola -


Futuro Nazionale da un lato e il progressivo slittamento del Partito democratico verso posizioni sempre più radicali dall’altro potrebbero produrre – nuovamente – un effetto politico rilevante e già visto in passato. Una ritrovata centralità dell’area moderata, a destra come a sinistra. E di chi incarna quei valori liberali e riformisti, che però negli ultimi anni faticano a imporsi come trainati negli schieramenti di centrodestra e centrosinistra, potrebbe risultare determinante. Insomma, più diventa forte la polarizzazione politica e più il ‘centrismo’ ha possibilità di ritrovare quel protagonismo che lo ha caratterizzato nei decenni passati e che, successivamente, ha rifatto ciclicamente capolino sulla scena partitica italiana.

Operazione Futuro Nazionale e un Pd sempre più a sinistra

La nascita del partito di Vannacci rappresenta infatti molto più di un’operazione identitaria. È il segnale di una radicalizzazione del discorso politico nel campo della destra, che finisce per spostare l’asse del dibattito verso posizioni muscolari. Certamente divisive nel dibattito pubblico, anche perché fortemente ideologiche. Un movimento che vuole parlare a chi si riconosce a destra delle attuali forze di governo. Specularmente, nel campo progressista, il Pd vive una fase di tensione crescente. L’idea di parlare ai moderati è stata accantonata giorno dopo giorno. Anche per questo la segretaria Elly Schlein sta incontrando resistenze sempre più esplicite nell’area riformista. Quell’ala nostalgica del moderatismo di Prodi, Veltroni e, anche se nessuno ha il coraggio di dirlo, probabilmente anche della linea imposta da Renzi quando era alla guida del partito.

I riformisti dem in subbuglio

Le critiche sulle posizioni considerate estreme in vista del referendum, così come l’allineamento quasi totale alla linea di Avs e Movimento 5 Stelle dopo gli scontri al corteo di Askatasuna a Torino, hanno accentuato la sensazione di uno sbilanciamento strutturale a sinistra. Indigesto a chi, invece, sarebbe per un allargamento verso il centro. O, quantomeno, per evitare un abbraccio potenzialmente mortale con chi sposa le cause dell’antagonismo spinto. Insomma, proprio a voler guardare il passato, il modello di riferimento per i riformisti del Pd è l’Ulivo e non certo il Pci. Ecco perché, quelle che animano il Nazareno non sono solo divergenze tattiche. In gioco c’è la fisionomia stessa del principale partito del centrosinistra e la sua capacità di rappresentare un elettorato plurale, fatto anche di ceto medio, professionisti e mondo produttivo. Segmenti che guardano con crescente inquietudine al rischio che il Pd possa finire per essere percepito come distante da una cultura di governo.

La nuova centralità dell’area moderata

A maggior ragione, in questo quadro polarizzato, il centro torna a essere una variabile decisiva. Uno spazio politico che rivendica pragmatismo, cultura istituzionale, europeismo, rifiuto degli estremismi. Un’area che attraversa entrambi gli schieramenti e che nel giro di pochi giorni ha assunto un nuovo protagonismo. Nel centrodestra, la comparsa di forze più radicali finisce per rafforzare le pulsioni di chi insiste su affidabilità e moderazione. Nel centrosinistra, le tensioni interne al Pd e l’appiattimento su alleanze a sinistra rendono sempre più visibile il bisogno di una proposta riformista autonoma, capace di parlare a chi non si riconosce nelle piazze più ideologizzate. E, come sempre, mentre la politica sembra spingersi verso gli estremi, è il centro a tornare strategico. Perché una cosa è certa: lo spazio moderato non è scomparso. Sta solo aspettando di essere interpretato e rappresentato.


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