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Ambiente

Transizione? Primi nel riciclo e poi fossili a tutta birra

Il vero "corto circuito" emerge quando si stacca lo sguardo dal cassonetto e lo si alza verso le ciminiere. Qui l’Italia smette i panni del leader e indossa quelli del ritardatario cronico

di Angelo Vitale -


Transizione a due velocità: siamo primi nel riciclo ma poi andiamo a tutta birra con le fossili. L’Italia della sostenibilità ha un problema di schizofrenia, come se fossimo i primi della classe nel lavare i piatti ma gli ultimi a spegnere il gas. Il Rapporto 2026 dell’Istituto Ambiente Italia scoperchia il vaso di Pandora di un Paese che si è seduto sugli allori del primato della circolarità mentre il resto d’Europa corre verso la decarbonizzazione. Tra miopie strutturali e un’allergia cronica alle rinnovabili, ecco perché il nostro “modello” rischia il default energetico.

Sostenibilità? Transizione schizofrenica

L’Italia della transizione ecologica assomiglia sempre di più a un atleta che vince la gara di riscaldamento ma si ferma stremato al primo chilometro della maratona. I dati del Rapporto tracciano un quadro che non concede sconti alla retorica istituzionale del “primo della classe”. Dopo anni passati stabilmente sul podio della sostenibilità europea, l’Italia scivola al quarto posto, superata da Danimarca, Olanda e Austria. Ma non è solo una questione di ranking: è la fotografia di un motore nazionale che si è ingolfato proprio mentre la salita climatica diventava più ripida.

Se l’economia circolare resta il nostro “bicchiere pieno”, la transizione energetica è ormai un “bicchiere semivuoto” che mette a rischio la nostra stessa sovranità nazionale.

La fortezza del riciclo: l’eccellenza che diventa alibi

Siamo campioni del riciclo, è un dato di fatto incontrovertibile. Con un tasso del 93% sul totale dei rifiuti (contro una media Ue del 61%), l’Italia conferma una tradizione industriale d’eccellenza nata dalla cronica scarsità di materie prime. È la nostra “linea Maginot” di acciaio e carta, dove la manifattura ha imparato a fare di necessità virtù, arrivando a utilizzare il 90% di materia seconda nella produzione di acciaio e il 78% nell’alluminio.

Tuttavia, proprio come un’azienda che lucida i vecchi macchinari ignorando che il mercato richiede nuovi prodotti, l’Italia sembra aver trasformato il primato nel riciclo in un comodo alibi per non guardare allo scenario della transizione energetica. Mentre ci complimentiamo per quanto siamo bravi a differenziare, la produzione totale di rifiuti nel nostro Paese è aumentata del 2,6% nell’ultimo anno, in totale controtendenza con una media europea che segna -0,4%. È il paradosso di un sistema che diventa più efficiente nel gestire lo scarto, ma totalmente incapace di ridurlo alla fonte: la fossile batte ogni aspirazione alla transizione.

Il bluff energetico: l’Italia incatenata alle fossili

Il vero “corto circuito” emerge quando si stacca lo sguardo dal cassonetto e lo si alza verso le ciminiere. Qui l’Italia smette i panni del leader e indossa quelli del ritardatario cronico. Un dato su tutti fotografa l’immobilismo: tra il 2019 e il 2024, mentre l’Europa riduceva il consumo di fonti fossili del 13%, l’Italia si fermava a un misero -4%.

Una stasi che ha radici profonde e preoccupanti. Nonostante le crisi geopolitiche e l’instabilità di aree cruciali che minacciano gli approvvigionamenti, continuiamo a preferire la via della dipendenza. La nostra esposizione ai combustibili fossili nel 2025 era ancora al 74%, ben superiore alla media europea.

Come denunciato da Roberto Della Seta, direttore scientifico di Circonomia, continuare a dipendere dai fossili in un “mondo impazzito” non è solo un errore ambientale, ma un danno diretto all’interesse generale del Paese e alla sua indipendenza strategica.

Rinnovabili: se l’Europa corre, l’Italia cammina (male)

Poi, se il settore industriale vanta record storici, la nostra politica energetica sembra affetta da una sorta di paralisi decisionale. Tra il 2019 e il 2024, la quota di rinnovabili sul consumo finale in Italia è cresciuta appena del 7%, contro un balzo del 27% della media Ue.

Paesi come la Germania (+30%) e la Francia (+35%) ci hanno staccato, mentre la Spagna (+42%) corre ormai su un altro pianeta. Il caso del solare, emblema di questa frenata strutturale. Tra il 2019 e il 2025, l’Italia ha poco più che raddoppiato la sua potenza fotovoltaica (+111%), mentre l’Unione Europea l’ha quasi triplicata (+173%). Ma il confronto diventa impietoso se guardiamo a Madrid: la Spagna ha registrato un incremento del 372%, installando 54 GW aggiuntivi, una cifra superiore a tutto l’installato storico italiano.

Noi “camminiamo”, gli altri volano. Persino sull’eolico la situazione è critica: con una crescita dell’installato del 28% contro una media Ue del 48%, la nostra potenza (13,6 GW) è ormai quasi raggiunta da quella dell’Olanda (12,3 GW), un Paese con una superficie infinitamente minore della nostra.

Il disastro residenziale: case colabrodo e sussidi ciechi

L’immobilismo non abita solo nelle grandi centrali, ma è radicato nelle pareti delle nostre case. In tema di efficienza energetica degli edifici, una situazione desolante. Se ponderiamo i dati in base a un ipotetico clima medio europeo (depurando cioè il vantaggio del nostro sole mediterraneo), l’Italia si posiziona in fondo alla classifica, appena sopra la Croazia.

I nostri consumi per il riscaldamento per metro quadro sono tra i più elevati d’Europa, superati solo da Ungheria, Romania e Croazia. Qui emerge il fallimento di una gestione delle misure di efficientamento basata troppo spesso su autocertificazioni e stime dichiarate invece che su verifiche reali sul campo. Abbiamo investito miliardi in bonus e incentivi, ma con un disegno diretto più a sostenere la produzione edilizia che a centrare l’obiettivo strategico del risparmio energetico reale, che infatti rimane molto inferiore alla media tedesca o francese.

L’ultimo velo: non c’è più tempo

In pratica, teniamo pulito il nostro salotto semplicemente gettando la spazzatura nel giardino del vicino globale. Insomma, un’Italia “in mezzo al guado”, un Paese che rischia di diventare la periferia verde (ma solo a parole) del mondo globale.

Il tempo dei passi lenti è scaduto: o impariamo a correre sul terreno delle rinnovabili e dell’efficienza energetica reale, o resteremo a guardare gli altri che costruiscono il futuro, mentre noi restiamo prigionieri di un’eccellenza (quella del riciclo) che da sola non basta più a scaldare le nostre case e a far girare le nostre fabbriche.


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