Altro che bamboccioni: gli italiani vorrebbero fare figli ma si fermano di fronte alla paure economiche e all'insicurezza del lavoro
Non facciamoci troppe illusioni: zero soldi, zero famiglie. La matematica ha le sue ragioni, contro cui è difficile andar contro. Epperò il fatto che il saldo demografico non sia più in passivo non vuol dire che gli italiani abbiano ripreso a far figli. Tutt’altro. Anzi, semmai hanno “attaccato” pure agli stranieri che arrivano qui e che si sono integrati lo scetticismo sul metter su famiglia. Ma andiamo con ordine. L’Istat, ieri, ha presentato il Rapporto annuale alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Diciamocelo subito: tra le (poche) buone notizie c’è quella di aver (finalmente) posto un argine al fenomeno dell’abbandono volontario e precoce della scuola, così come da obiettivi Ue. Per il resto, invece, è un pianto greco. A cui, come ogni volta che si accusa un danno, si sommerà la beffa di un dibattito malposto, fomentato dagli interessi di parte e innervato da vuoti e veti luoghi comuni. La verità, purtroppo, è una sola: zero soldi, zero famiglie. La matematica non mente.
Zero soldi, zero famiglie: il disastro continua
I numeri sulla natalità, pure quest’anno, non sono lusinghieri. Nel 2025 sono nati 355mila bambini, in media 1,14 a donna fertile. Le nascite, nel Paese dei figli unici, sono state il 3,9% in meno rispetto all’anno precedente. Ma il confronto diventa impietoso, restituendo in pieno il senso di una crisi che non è più solo culturale, se, per esempio, si fa riferimento al dato del 1965 quando di bimbi ne nacquero ben 992mila. Il dato dirompente, quest’anno, se possibile è ancora un altro. Già, perché l’Istat riferisce che ci sono ben 6,6 milioni di persone che, in Italia, un figlio lo farebbero anche domani mattina. Ma ci rinunciano. E, di certo, non per spendere in sushi i soldi altrimenti risparmiati in pannolini e biberon. Un dato, questo, che di sicuro non è secondario se gli analisti dell’Istat riferiscono che in dieci anni, dal 2015 al 2024, i consumi in Italia non volano di certo. E allora perché, dopo aver rinunciato alle cure e ai divertimenti e persino all’energia (i dati sui consumi, anche qui, sono in diminuzione addirittura del 10,7%), gli italiani non fanno più figli?
Le preoccupazioni economiche in cima ai dubbi
Perché non ci sono soldi e, soprattutto, non ci sono certezze lavorative. Sono 2,8 milioni gli italiani che rinunciano per questioni economiche alla genitorialità. Tra questi, il 32,7% addita espressamente problemi di soldi, il 9% invece se la prende con le “certezze” che mancano. Se non ci si sistema prima, in fondo, che senso ha metter su famiglia? Eccolo, dunque, il costo (sociale e a breve pure economico) di anni passati a contrabbandare il precariato come l’ultima frontiera della modernità. Sono proprio le donne, le stesse su cui grava un gender gap in termini salariali pari (in media) a circa duemila euro l’anno (che cresce fino a 5mila per le giovani meridionali), a cercare stabilità: sono il 13,6% le ragazze che vorrebbero essere (ragionevolmente) certe di non essere licenziate dopo esser diventate mamme.
Te lo ricordi l’ascensore sociale?
Insomma, è una questione di sicurezze. Che non ci sono. Altro che di cicaleggi, feste e vizi. Già, perché ci sono altre dinamiche, ancora, che svelano problemi annosi. Perché, di certo, non è questione di oggi né un dramma che si possa risolvere criticando le politiche pro-maternità che il governo tenta pure di fare. Il problema, l’ennesimo, è che i Millennial guadagnano meno dei loro genitori. I boomers hanno speso una vita a credere che bastasse sacrificarsi e lavorar sodo per sistemarsi. Vero, ai tempi loro e in un’Italia ideale. Oggi, però, non è più così. Gli italiani nati tra il 1980 e il 1994 che guadagnano meno dei loro genitori sono il 27,1%. Solo il 25% guadagna di più. Ciò conferma ciò che sappiamo da anni ma, forse, preferiamo nasconderci: l’ascensore sociale s’è rotto.
Hanno fatto un deserto e l’hanno chiamato Italia
Quello che resta, però, è la migrazione. Interna ed esterna. I ragazzi dal Sud si spostano al Centro e al Nord per trovare lavoro. Sostituendo, in pratica, i loro coetanei che, invece, prendono la via dell’estero per trovare le condizioni di vita migliori. Il risultato è che il Mezzogiorno si spopola, insieme alle aree interne. E che il resto del Paese si avvia a subire lo stesso identico destino dal momento che, a fronte di una spesa per l’istruzione che è salita a 89 miliardi di euro rappresentando l’8% del Pil, si assiste a una vera e propria fuga dei cervelli e delle competenze. Quel vecchio decreto che doveva far tornare i nostri ragazzi in Italia, alla fine, è servito solo a imbottire le squadre italiane di calcio di stranieri. Ma questa è un’altra storia.