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Ambiente

Biodiversità? Non tutelarla ci costa 3 miliardi all’anno

Non è una questione di estetica del paesaggio o di ambientalismo romantico: è un problema di politica industriale mancata

di Giorgio Brescia -


L’Italia arriva alla Giornata Mondiale della Biodiversità con un primato che, paradossalmente, è la sua più grande passività finanziaria: 3 miliardi all’anno. Siamo il recordman europeo della natura, con oltre 71.000 specie tra animali e piante che vivono nei nostri confini. Eppure, questa enorme cassaforte biologica sta andando in rosso. Non è una questione di estetica del paesaggio o di ambientalismo romantico: è un problema di politica industriale mancata che ci costa, ogni anno, questa enorme cifra.

Biodiversità: a che punto siamo in Italia

La cifra, il risultato di un’analisi condotta da Etifor, spin-off dell’Università di Padova. Utilizzando modelli economici standardizzati a livello internazionale, i ricercatori hanno tradotto i danni ambientali in perdite finanziarie tangibili per il sistema Paese.

I 3 miliardi di euro che evaporano ogni anno sono la somma di impatti macroeconomici diretti sulle nostre filiere produttive. La perdita di biodiversità significa, concretamente, un calo della produttività agricola dovuto alla scomparsa degli impollinatori, una riduzione costante delle risorse ittiche per il settore della pesca e costi esponenziali per il trattamento delle acque industriali, che oggi devono essere depurate artificialmente perché i “filtri” biologici naturali sono stati compromessi.

A questo si aggiunge la fattura pesantissima del dissesto idrogeologico: senza la protezione naturale di boschi e zone umide, lo Stato si trova a pagare miliardi per riparare danni da frane e alluvioni che una corretta gestione del capitale naturale avrebbe prevenuto. Da qui il costo di 3 miliardi all’anno per una biodiversità non tutelata.

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E le imprese?

Il dato più critico riguarda il comportamento delle imprese. I dati del 2026 sono impietosi: se il 65% delle aziende italiane pubblica ormai informazioni Esg e il 38% dichiara di valutare formalmente il proprio impatto sulla natura, la realtà operativa è un deserto. Solo il 17% delle imprese — appena una su sei — ha adottato misure concrete di rigenerazione o protezione.

Le imprese studiano il problema, lo rendicontano per compiacere i mercati finanziari, ma si fermano non appena dovrebbero investire in azioni di campo. Questo immobilismo non è solo colpa della scarsa lungimiranza dei manager, ma di un sistema che non premia chi si muove.

Da un lato, lo Stato ha messo in campo risorse importanti: il Pnrr ha stanziato oltre 320 milioni di euro, già parzialmente spesi per centri di eccellenza come il National Biodiversity Future Center e per il monitoraggio tecnologico degli ecosistemi. Dall’altro lato, però, il capitale privato rimane bloccato alla porta. Mancano gli incentivi fiscali chiari per chi decide di investire e, soprattutto, mancano i decreti attuativi che dovrebbero trasformare i vincoli ambientali in opportunità di mercato.

Senza queste regole, la biodiversità resta un costo – 3 miliardi annui – da evitare invece di diventare un asset su cui costruire nuovi modelli di business. L’assenza di una vera strategia industriale dedicata rende l’Italia un Paese paralizzato da scadenze mancate, capace di produrre ricerca scientifica d’eccellenza ma incapace di trasformarla in valore economico.

Servono incentivi

Inutile girarci intorno: proteggere la natura non è più una questione per sognatori o una gita fuori porta, ma l’unico modo per evitare che il sistema Italia continui a perdere miliardi. Se non si sbloccano subito i decreti attuativi per permettere ai privati di investire sul serio, continueremo a vantarci dei nostri record ambientali mentre firmiamo assegni in bianco per rincorrere frane, siccità e raccolti perduti. La biodiversità è l’infrastruttura strategica più preziosa che abbiamo: lasciarla marcire per pigrizia burocratica non è solo un peccato, è un autogol economico che non possiamo più permetterci.


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