Troppo pochi, troppo ricchi: l’Occidente rischia grosso
Troppo pochi, troppo ricchi. Un passo indietro. Il Crystal Palace è una squadra inglese con un passato glorioso. Viene da un’annata spettacolare, per i suoi standard. Ha vinto la Fa Cup, ha raggiunto il 12esimo posto davanti a club blasonatissimi come il Tottenham e il Manchester United. Capace di mettere insieme, a ottobre, ben 19 partite senza mai perdere. C’era una buona, anzi ottima, squadra. Da valorizzare, una base importante per crescere. E, invece, qualcosa si è rotto. Già, perché la società ha iniziato a vendere i più forti. Senza neanche dirlo al tecnico, Oliver Glasner, che si ritrova in un incubo. Perché? Semplice, spiega il Times: deve rispettare le regole del Fair Play finanziario e perciò deve vendere altrimenti è costretta a pagare una multa. Che finirebbe, ohibò, nelle capienti casse delle squadre più grandi. Ecco, quello che pare un caso sportivo e confinato a un singolo campionato, per quanto rutilante e prestigioso, tutto è tranne che una vicenda da derubricare a episodio pallonaro.
Troppo pochi, troppo ricchi
S’è rotto qualcosa in Occidente. E lo si vede ovunque ci sia business. Anche, se non soprattutto, nel calcio. Che è specchio, fedelissimo, di ciò che accade nel mondo. Il guaio, tra Europa e America, è che i grandi si scrivono le regole e le leggi da sé. E dove non arrivano a tanto riescono, lo stesso, a “blindarsi”. Erodendo gli spazi per gli altri, smentendo l’ultima certezza e vanto delle democrazie: la concorrenza, l’estro e la libertà di fare un po’ come ci pare. E magari di indovinare quella strategia che consenta a tutti, e non solo a un’azienda, di prosperare. Il prezzo da pagare a questa libertà, però, è evidentemente troppo costoso. Le nuove major hanno visto che fine hanno fatto i colossi che non hanno saputo o voluto evolversi. E così cercano di accentrare tutto su di sé. Col rischio di bloccare l’evoluzione. Un po’ quello che il critico Usa W. David Marx (non Karl) rimprovera allo star system: hanno preferito incassare su musica e chissà cos’altro e, da 25 anni a questa parte, non c’è più una gran movimento culturale che arrivi dall’Occidente. Con buona pace degli Swifties e dei loro braccialetti (che si pagano, va da sé).
La situazione dell’Italia (e del mondo)
Il risultato dell’accentramento, di risorse e di ricchezza, è un impoverimento generale. Che, prima o poi, toccherà tutti. A completare il quadro di un tramonto annunciato sono i numeri Oxfam. Che, al solito, “aprono” i lavori del Wef di Davos. I primi 12 miliardari più ricchi, da soli, detengono 2.635 miliardi di dollari. Somma che è superiore alla ricchezza degli oltre 4,1 miliardi più poveri del mondo. I dati italiani, dove la concentrazione (e la concertazione…) è una tradizione, lo confermano. Da noi, 79 persone posseggono 307,5 miliardi di dollari. Il 5% delle famiglie più ricche, che ha incassato il 91% dell’incremento di ricchezza degli ultimi 15 anni (pari a più di 2mila miliardi di dollari) contano sul 49% del patrimonio nazionale. Un guaio. Perché non ci resta che la tragica, e inutile, prospettiva dell’invidia sociale. Che, come destino, è pure peggio. Non ci resta che piangere. L’ascensore sociale è rotto e la redistribuzione della ricchezza funziona pure peggio. Ciò che distingueva le democrazie, la (grande) libertà di arricchirsi, è in pericolo. Fate presto.
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