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Economia

Oro, dollaro debole, crescita flop: tutto può succedere

L'analisi di Confindustria, gli scenari europei sui mercati finanziari: cosa può accadere adesso

di Giovanni Vasso -


Tutto può succedere. Certo, così è facile. Il guaio, però, è che quest’anno, davvero, può rappresentare uno spartiacque della storia. E sia detto fuori di retorica. E fuori, chiaramente, dalle necessità di polemica politica dentro e fuori i partiti, i parlamenti, i gruppi politici nazionali e internazionali. L’Europa, ma ancora di più l’Italia, sapranno dal 2026 cosa potranno ambire a voler fare (e soprattutto essere) da grandi. Lo scenario, va da sé, è magmatico.

Perché ora tutto può succedere

Dopo aver passato anni a rincorrere la Fed sui tassi alti, e dopo aver sterzato quando ormai s’era già finiti nel burrone, dalla Bce tornano ad arrivare venti di rigore. I falchi hanno ripreso fiato, le colombe sono riuscite solo a evitare che il ritorno alle politiche monetarie ultrarigide si verificasse prima del tempo. Lo stato di salute dell’Europa che produce è abbastanza serio. Sono questi gli orizzonti che pesano, e non poco, sulle prospettive italiane. Quelle, per dire, messe nero su bianco dal Centro Studi di Confindustria nella Congiuntura flash. La crescita è quasi a zero, tiene solo il Pnrr e gli investimenti pubblici che ne derivano. Per il resto, purtroppo, nulla di nuovo sotto al sole.

Export in bilico, il dollaro è troppo debole

L’export vacilla e per il Made in Italy è una notizia preoccupante. Ciò deriva dalla situazione geopolitica e dai casi economici internazionali. Dalle frizioni in Groenlandia e Venezuela, al rafforzarsi delle quotazioni del petrolio. C’entra pure, in tralice, il flop dell’accordo Ue-Mercosur che preoccupa, e non poco, gli industriali italiani e tedeschi. Ma, a far davvero paura, è il dollaro debole. Fin troppo debole. Ieri il cambio tra la valuta europea e il biglietto verde ha raggiunto la soglia della tensione. Un euro vale 1,18 dollari. Le oscillazioni lasciano intendere che, prestissimo, il cambio potrebbe rafforzarsi ancora a 1,19. Una corsa lenta ma inesorabile verso il patatrac. È da mesi che gli analisti minacciano: non si tornerebbe indietro qualora l’euro arrivasse a valere 1,20 dollari. E ciò accadrebbe per una ragione semplicissima: esportare, con una valuta così forte, diventerebbe impossibile. Sarebbe così per le grandi aziende, figurarsi per le piccole e medie imprese che innervano il sistema italiano. Qualcuno, a Francoforte, spera invece che il rafforzamento sul dollaro possa fare dell’euro la nuova valuta globale di riserva. Sognare, di solito, non costa niente. In questo caso, invece, rischia di avere un prezzo catastrofico su ciò che resta della competitività europea. Tutto può succedere, adesso.

Oro impazzito, può arrivare a 7mila dollari l’oncia?

Il dollaro debole, peraltro, è la concausa che lancia verso l’infinito e oltre il prezzo dell’oro. Le quotazioni superano già i 5.100 dollari all’oncia. Per gli analisti di mercato, il target possibile parla, addirittura, di una rivalutazione fino a 7mila dollari. Uno sproposito. Però un segno di tempi spropositati. Confindustria rileva il rialzo dell’oro sottolineando la sua natura di bene rifugio par excellence “perché considerato asset privo di rischio”. Ma il rischio è la cifra di queste settimane. In cui l’impossibile, in teoria, sta diventando possibile. Il divorzio Usa-Ue, per esempio. Su cui si innescano dibattiti. Come quello che infuria, da settimane, in Germania. Riprendiamoci l’oro da Fort Knox, dicono i liberali tedeschi. Ripetendo ciò che, a suo tempo, aveva già scritto Romano Prodi. E gettando nuova benzina sul fuoco. Che costringe il governatore della Bundesbank Nagel a fare da pompiere e a ribadire che non c’è né bisogno di rimpatriare i lingotti né rischio a tenerli in America. Più assertivi, invece, gli operatori della finanza. E, in particolare, quelli dell’Europa del Nord.

Il divorzio Usa-Ue già pesa sui mercati finanziari

Una scelta, precisa, quella che è già stata operata da alcuni grandi fondi pensione come lo svedese Alecta, un colosso con 140 miliardi di euro di asset in pancia, che ha iniziato a disfarsi dei titoli Usa. Finora ha già liquidato bond e treasury per circa 8 miliardi di euro. Un trend, questo, che potrebbe far malissimo a Washington. Che, di fatto, si regge (anche) sull’allocazione del debito agli investitori stranieri. Cinesi, innanzitutto. Ed europei, per contemperare il rischio. Almeno finora. Insomma, nulla è deciso ma tutto può succedere. Il 2026 sarà l’anno in cui l’Europa e l’Italia (per forza di cose) capiranno quali potranno essere, davvero, le loro ambizioni e possibilità. Dalle quali, però, non si potrà tornare indietro, per un bel po’ di tempo.


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