2 giugno 1992: cosa accadde sul panfilo Britannia

Il 2 giugno è per tutti la Festa della Repubblica italiana. Per molti, tuttavia, il 2 giugno di trent’anni fa rappresenta anche un tornante decisivo della storia della Repubblica italiana. Una sorta di seconda nascita, un punto di rottura che sancisce un prima e un dopo. Quel giorno, dal porto di Civitavecchia, salpò per una minicrociera il panfilo della Regina Elisabetta, il Royal Yacht Britannia. Al suo interno, si dice ci fossero ospiti illustri: oltre a finanzieri e banchieri provenienti da Oltremanica, si fanno i nomi dell’allora presidente della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi e del senatore Beniamino Andreatta (artefici, nel 1981, della separazione tra ministero del Tesoro e Banca d’Italia), di esponenti vari dell’industria italiana e dell’attuale presidente del Consiglio italiano, Mario Draghi, allora presente in veste di direttore generale del Tesoro. Secondo una convinzione piuttosto diffusa, a bordo della nave britannica furono gettate le basi per avviare la stagione delle privatizzazioni in Italia. Proprio a Draghi – che successivamente confermerà di essere salito sulla nave ma solo per rivolgere un saluto a nome del governo italiano – spettò il compito di aprire il consesso con un discorso rimasto una sorta di manifesto in favore del mercato. Lo riporta integralmente il sito de Il Fatto Quotidiano. “Durante gli ultimi quindici mesi, molto è stato detto sulla privatizzazione dell’economia italiana”, disse l’attuale primo ministro. “Alcuni progressi sono stati fatti, nel promuovere la vendita di alcune banche possedute dallo Stato ad altre istituzioni cripto-pubbliche, e per questo la maggior parte del merito va a Guido Carli, ministro del Tesoro. Ma, per quanto riguarda le vendite reali delle maggiori aziende pubbliche al settore privato, è stato fatto poco”. Verso la fine della sua prolusione, Draghi evocò un altro tema destinato negli anni futuri a diventare dirimente nel nostro Paese, quello del deficit. Per l’allora direttore generale del Tesoro occorreva che le privatizzazioni fossero “a complemento di un piano credibile di riduzione del deficit, soprattutto per ridurre la creazione di debito pubblico”. Draghi sottolineava che “solo se abbiamo successo nel compito di ridurre ‘continuamente e sostanziosamente’ il nostro rapporto tra debito e Pil, come richiesto dal Trattato di Maastricht, troveremo spazio nei portafogli degli investitori”. Il 1992, infatti, fu anche l’anno del Trattato di Maastricht, firmato il 7 febbraio con il ruolo chiave di Guido Carli, che definì le tappe dell’Unione Monetaria indicando quale requisito per gli Stati membri dei parametri di finanza pubblica come, appunto, il rapporto tra debito e Pil al 60 per cento. La dismissione del proprio patrimonio da parte dello Stato italiano si legava, pertanto, alla riduzione del debito, conditio sine qua non per accedere a quei processi unitari che da Bruxelles avrebbero esteso i propri raggi in tutta Europa negli anni a venire. Un patrimonio, quello pubblico italiano, assai robusto: lo Stato controllava acqua, elettricità, gas, treni, autostrade, aveva una compagnia aerea di bandiera e il monopolio della rete di telefonia e del servizio pubblico radiotelevisivo, possedeva gran parte del sistema bancario e cospicue fette dell’industria. Di tutto ciò, secondo i profeti del nuovo che avanza, i fautori della globalizzazione e nemici della sovranità nazionale, lo Stato se ne sarebbe dovuto disfare in fretta.

Tra le onde del mar Tirreno, quel 2 giugno 1992 – anno denso di altri avvenimenti cruciali – si scrisse dunque una pagina di storia determinante per il nostro Paese. Per Angelo Polimeno Bottai, attuale vice-direttore del Tg1, autore del libro “Alto tradimento – Privatizzazioni, Dc, euro: misteri e nuove verità sulla svendita dell’Italia” (2019, ed. Rubettino), quello del panfilo Britannia “non è un episodio chiave” del processo di privatizzazioni che ci investì in quella fase, bensì “un episodio simbolo della confusione sul concetto di nazione che regna in Italia”. Per Polimeno Bottai, che nel suo libro sviscera dettagli determinanti, “qualsiasi Paese può decidere, in un momento della sua storia, di privatizzare le proprie imprese pubbliche. La cosa singolare è che noi, pur non firmando nulla, decidemmo di farlo nel giorno della festa nazionale, il 2 giugno, mentre il governo, nella fattispecie quello presieduto da Andreotti, stava uscendo di scena. Ed è singolare che, nonostante ciò, a bordo della nave ci fossero rappresentanti di quello stesso governo, insieme a uomini di banche d’affari di tutto il mondo e ai vertici della Banca d’Italia”.

Il 2 giugno è per tutti la Festa della Repubblica italiana. Per molti, tuttavia, il 2 giugno di trent’anni fa rappresenta anche un tornante decisivo della storia della Repubblica italiana. Una sorta di seconda nascita, un punto di rottura che sancisce un prima e un dopo. Quel giorno, dal porto di Civitavecchia, salpò per una minicrociera il panfilo della Regina Elisabetta, il Royal Yacht Britannia. Al suo interno, si dice ci fossero ospiti illustri: oltre a finanzieri e banchieri provenienti da Oltremanica, si fanno i nomi dell’allora presidente della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi e del senatore Beniamino Andreatta (artefici, nel 1981, della separazione tra ministero del Tesoro e Banca d’Italia), di esponenti vari dell’industria italiana e dell’attuale presidente del Consiglio italiano, Mario Draghi, allora presente in veste di direttore generale del Tesoro. Secondo una convinzione piuttosto diffusa, a bordo della nave britannica furono gettate le basi per avviare la stagione delle privatizzazioni in Italia. Proprio a Draghi – che successivamente confermerà di essere salito sulla nave ma solo per rivolgere un saluto a nome del governo italiano – spettò il compito di aprire il consesso con un discorso rimasto una sorta di manifesto in favore del mercato. Lo riporta integralmente il sito de Il Fatto Quotidiano. “Durante gli ultimi quindici mesi, molto è stato detto sulla privatizzazione dell’economia italiana”, disse l’attuale primo ministro. “Alcuni progressi sono stati fatti, nel promuovere la vendita di alcune banche possedute dallo Stato ad altre istituzioni cripto-pubbliche, e per questo la maggior parte del merito va a Guido Carli, ministro del Tesoro. Ma, per quanto riguarda le vendite reali delle maggiori aziende pubbliche al settore privato, è stato fatto poco”. Verso la fine della sua prolusione, Draghi evocò un altro tema destinato negli anni futuri a diventare dirimente nel nostro Paese, quello del deficit. Per l’allora direttore generale del Tesoro occorreva che le privatizzazioni fossero “a complemento di un piano credibile di riduzione del deficit, soprattutto per ridurre la creazione di debito pubblico”. Draghi sottolineava che “solo se abbiamo successo nel compito di ridurre ‘continuamente e sostanziosamente’ il nostro rapporto tra debito e Pil, come richiesto dal Trattato di Maastricht, troveremo spazio nei portafogli degli investitori”. Il 1992, infatti, fu anche l’anno del Trattato di Maastricht, firmato il 7 febbraio con il ruolo chiave di Guido Carli, che definì le tappe dell’Unione Monetaria indicando quale requisito per gli Stati membri dei parametri di finanza pubblica come, appunto, il rapporto tra debito e Pil al 60 per cento. La dismissione del proprio patrimonio da parte dello Stato italiano si legava, pertanto, alla riduzione del debito, conditio sine qua non per accedere a quei processi unitari che da Bruxelles avrebbero esteso i propri raggi in tutta Europa negli anni a venire. Un patrimonio, quello pubblico italiano, assai robusto: lo Stato controllava acqua, elettricità, gas, treni, autostrade, aveva una compagnia aerea di bandiera e il monopolio della rete di telefonia e del servizio pubblico radiotelevisivo, possedeva gran parte del sistema bancario e cospicue fette dell’industria. Di tutto ciò, secondo i profeti del nuovo che avanza, i fautori della globalizzazione e nemici della sovranità nazionale, lo Stato se ne sarebbe dovuto disfare in fretta.

Tra le onde del mar Tirreno, quel 2 giugno 1992 – anno denso di altri avvenimenti cruciali – si scrisse dunque una pagina di storia determinante per il nostro Paese. Per Angelo Polimeno Bottai, attuale vice-direttore del Tg1, autore del libro “Alto tradimento – Privatizzazioni, Dc, euro: misteri e nuove verità sulla svendita dell’Italia” (2019, ed. Rubettino), quello del panfilo Britannia “non è un episodio chiave” del processo di privatizzazioni che ci investì in quella fase, bensì “un episodio simbolo della confusione sul concetto di nazione che regna in Italia”. Per Polimeno Bottai, che nel suo libro sviscera dettagli determinanti, “qualsiasi Paese può decidere, in un momento della sua storia, di privatizzare le proprie imprese pubbliche. La cosa singolare è che noi, pur non firmando nulla, decidemmo di farlo nel giorno della festa nazionale, il 2 giugno, mentre il governo, nella fattispecie quello presieduto da Andreotti, stava uscendo di scena. Ed è singolare che, nonostante ciò, a bordo della nave ci fossero rappresentanti di quello stesso governo, insieme a uomini di banche d’affari di tutto il mondo e ai vertici della Banca d’Italia”.

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