Scoppia la bagarre mentre spuntano i numeri sui costi "pubblici" per tenere in piedi l'azienda
Via libera al decreto sull’ex Ilva. Nel giorno del funerale di Claudio Salamida, l’operaio 47enne morto a causa di un grave incidente a Taranto, la Camera ha approvato il nuovo decreto sull’ex Ilva che sarebbe altrimenti “scaduto” entro il 30 gennaio tramutandolo in legge. Per prima cosa, sono state respinte le pregiudiziali al decreto presentate dalle opposizioni di Alleanza Verdi e Sinistra e dal Movimento Cinque Stelle. Il “no” è arrivato da 165 deputati contro i 65 favorevoli.
Il voto alla Camera sul decreto ex Ilva
Poi, dopo un dibattito a tratti furioso e comunque serrato, è giunta l’approvazione dalla Camera. Con una forbice più risicata ma comunque importante. A dire sì al decreto legge sull’ex Ilva sono stati 136 parlamentari contro 96 voti contrari. In mezzo quattro astenuti. Il provvedimento, che scadeva appunto il prossimo 30 gennaio, è stato approvato in seconda lettura nello stesso testo licenziato dal Senato e diventa quindi legge. Le polemiche, e le critiche, non sono mancate. A cominciare dal M5s che ha deplorato il “no” all’ordine del giorno che, secondo il capogruppo in Commissione Lavoro Dario Carotenuto, avrebbe portato “più controlli” sui siti produttivi dell’azienda.
Le critiche dalle opposizioni
Piovono critiche, e feroci, anche dal centro. Italia Viva ritiene che la normativa licenziata dal governo e approvata dal Parlamento abbia il fiato corto. Maria Chiara Gadda ha tuonato: “Sul futuro degli stabilimenti e della siderurgia italiana il buio è totale. Ci si chiede di votare a scatola chiusa su un provvedimento che non scioglie i nodi chiave, mentre è in corso una trattativa con un fondo speculativo americano. Chi si farà carico dei costi di decarbonizzazione? Che decisioni verranno prese sui livelli occupazionali? Dove verrà costruito il rigassificatore? Su tutto questo non è stata fatta alcuna chiarezza”. Da Azione arrivano critiche simili: “Il decreto che votiamo oggi è il quinto intervento del governo Meloni sull’ex Ilva e, come i precedenti, è del tutto inutile per il rilancio della più grande acciaieria d’Europa. Non c’è niente sulla ripartenza della produzione, sulle bonifiche e sulle imprese dell’indotto”.
Quanto è costato allo Stato un presente precario
Il decreto, però, contiene delle norme che servono allo stabilimento, anzi agli stabilimenti, per andare avanti. Per resistere e per tenere accesi gli altiforni. Per non perdere ulteriori quote di produzione. Le trattative per trovare un acquirente proseguono ma, intanto, il dibattito si concentra sui costi che, finora, ha avuto per le casse pubbliche l’eterno presente (precario) dell’ex Ilva. In tredici anni, suppergiù, sono già stati pagati 3,6 miliardi di euro per il rilancio dell’ex Ilva. I conti li ha fatti il Sole 24 Ore citando i numeri snocciolati dal sottosegretario al Mimit Fausta Bergamotto. In risposta a un’interpellanza urgente presentata al governo dal “verde” Angelo Bonelli.
I conti del Mimit
Le cifre parlano da sé. Ben 600 milioni sono finiti a far fronte a “esigenze finanziarie”. A questi, ne vanno aggiunti altri 400 per l’ingresso di Invitalia in Am InvestCo Italy. E già arriviamo al primo miliardo. La strada però è ancora lunga. Già, perché bisogna tener presenti ben 680 milioni erogati ancora una volta da Invitalia in ragione del finanziamento soci disposto nel 2023. Soldi che vanno addizionati ai 320 milioni serviti come prestito a condizioni di mercato. Siamo quasi sulla soglia del secondo miliardo.
Di garanzia in prestito
Che si supera, agevolmente, aggiungendo al conto i 250 milioni versati a gennaio del 2025 per garantire la continuità aziendale. Somma utile a garantire la sopravvivenza e l’attività degli stabilimenti in attesa di un nuovo proprietario. Che, al momento, ancora non c’è. E che ha costretto il governo a mettere sul piatto altri duecento milioni. Il totale non tiene conto di altri 400 milioni in prestiti ottenuti con la garanzia del Mef. Perché ottenuti grazie ai privati.
Le “aggiunte” di Assonime
Assonime, però, ritiene che la lista debba essere ulteriormente allungata. Già, perché l’elenco dei fondi pubblici finiti all’ex Ilva non è completo senza i 220 milioni di finanziamento ottenuti da Sace (controllata dallo stesso Mef). A cui si devono unire 10 milioni di euro di contributo a fondo perduto per la tutela dell’indotto del 2024, incrementati di altri 4milioni per il 2025-2028. E infine, ciliegina sulla torta, ci sono da contare circa dieci milioni di euro di compensi per i commissari che si sono alternati in Ilva e Acciaierie d’Italia, “nonché i costi delle consulenze che, solo per gli incarichi stipulati tra marzo e maggio del 2024 da AdI in amministrazione straordinaria, ammontano a 3,5 milioni”.