L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Giustizia

Disinformazione e libertà di espressione

di Francesco Tiani -


Quando tutti parlano e la realtà si offusca. La disinformazione non è più un incidente del sistema informativo. È diventata una parte tossica della vita quotidiana. Non si limita a sbagliare i fatti, li piega, li sporca, li frammenta. E mentre lo fa cambia il modo in cui i cittadini interpretano il mondo, votano, giudicano, si fidano oppure smettono di fidarsi delle istituzioni, dei media, perfino degli altri. La libertà di espressione è un diritto irrinunciabile garantito dall’articolo 21 della Costituzione.

Ma il tema è un altro. Che fine fa quella libertà quando l’informazione viene distorta in modo sistematico. La libertà di parola non vive nel vuoto. Vive di fatti verificabili, confronto leale, possibilità di scelta. Se il cittadino non è messo in condizione di capire, non sceglie. Reagisce. E qualcun altro decide. Il punto non è la censura. È la manipolazione del contesto. Oggi nessuno ti impedisce di parlare. Anzi la società dei social ti spinge a commentare, indignarti, schierarti, ma poi interviene la regia.

Amplificazioni selettive, narrazioni emotive, algoritmi che premiano l’eccesso e puniscono la complessità. La libertà resta formalmente intatta, però fragile nella sostanza, come una facciata pulita su un edificio che scricchiola. Le istituzioni europee riconoscono che la disinformazione e le interferenze informative possono minare partecipazione democratica e fiducia collettiva. La disinformazione contemporanea non funziona come la vecchia propaganda. Non impone una verità unica, fa una cosa peggiore. Moltiplica versioni incompatibili dei fatti, producendo confusione e seminando sfiducia.

Così l’opinione pubblica viene disorientata e la realtà diventa un oggetto instabile. Il risultato è un clima in cui nulla sembra verificabile, ogni fonte è sospetta, perfino la verità viene ridotta a opinione di parte. E quando la verità è solo un’opinione tra le altre, la vita democratica perde spessore e valore. Il confronto pubblico diventa un’arena. Non vince chi ha ragione, vince chi urla meglio. Così il cittadino scivola nel ruolo di tifoso, non dice più penso, dice sono. La partecipazione sociale si trasforma in appartenenza tribale e contrapposizione identitaria. Non si discute per capire, si combatte per riconoscersi. In questo paesaggio l’informazione spesso non informa, orienta e polarizza. Restringe i margini della scelta senza dichiararlo, mentre finge pluralismo.

Questo meccanismo colpisce soprattutto chi è più vulnerabile. Non per incapacità, ma per esposizione alla precarietà economica, alla fragilità sociale, all’urgenza di risposte semplici. La disinformazione lavora sulle ferite. Paura, rancore, frustrazione, offre colpevoli e scorciatoie morali propagandistiche. Usa un linguaggio che non chiede ragionamento ma impulso. Di fronte a tutto questo, la tentazione di risolvere con la legge è comprensibile ma pericolosa. Stabilire per decreto cosa è vero e cosa è falso aprirebbe la porta a forme di controllo, che assomigliano troppo a ciò che diciamo di voler combattere. Anche le analisi europee insistono sulla necessità di bilanciare contrasto alla disinformazione e tutela della libertà di espressione. Ma la risposta deve essere culturale e civile. Servono responsabilità, educazione alla vita pubblica, alfabetizzazione mediatica.

In questo quadro conta anche l’indipendenza di chi non si allinea e non si vende. L’Identità è un caso editoriale di autentica libertà informativa e politica. È la prova che si può stare in campo senza padrini e senza telecomandi. È anche un modo per valorizzare la propria autonomia per difendere la libertà di espressione, che pone un argine agli occasionali ma pericolosi rigurgiti del pensiero unico. La posta in gioco non è il controllo del pensiero ma la fiducia collettiva. Quando la fiducia si dissolve, ogni regola appare arbitraria e ogni garanzia sospetta. E una società che non crede più a nulla è pronta a credere a chiunque.


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