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Giustizia

Referendum: La giustizia o si separa o si contamina

Nel mondo i ruoli si dividono. In Italia si mescolano. E poi ci chiediamo perché la fiducia evapora

di Andrea Fiore -


C’è un dettaglio che nessuno ama dire ad alta voce: nel mondo, quasi ovunque, giudici e pubblici ministeri vivono in case diverse. Non si scambiano le chiavi, non si prestano le stanze, non si confondono i ruoli. È la normalità delle democrazie mature: chi accusa non può essere lo stesso che giudica, nemmeno per sbaglio, nemmeno per un giorno.

Separazione delle carriere nel mondo: il francobollo sbagliato

Poi c’è l’Italia, che su questa mappa globale sembra un francobollo incollato al contrario. Un Paese occidentale che conserva un modello che altrove è stato archiviato come si archivia un floppy disk: con nostalgia, ma senza rimpianti. Qui giudici e PM entrano dalla stessa porta, crescono nello stesso corpo, possono cambiare funzione come si cambia stanza in un appartamento condiviso. E ogni volta ci si stupisce se qualcuno sospetta che la casa non sia proprio neutrale.

Il resto del mondo, intanto, ha già fatto i compiti: Francia, Germania, Spagna, Regno Unito, Stati Uniti, Canada, Australia, Giappone. Tutti con carriere separate. Non per sfiducia, ma per igiene istituzionale. Perché la “terzietà” non è un sentimento, è un meccanismo. E se il meccanismo non è progettato bene, puoi anche essere il più onesto del mondo: la percezione ti condanna comunque.

Nella colonna opposta — quella corta, quella stonata — ci sono Paesi che non brillano per trasparenza: Cina, Vietnam, Iran, Arabia Saudita. E poi ci siamo noi, con la nostra eterna eccezione, il nostro orgoglio un po’ stanco, la nostra convinzione che “da noi è diverso”. Sì, è diverso: siamo l’unica democrazia occidentale che non ha ancora separato le carriere. Un primato che non fa curriculum.

Democrazia sulla fiducia

La verità è che la giustizia italiana vive in un paradosso: pretende di essere creduta sulla parola, mentre il mondo costruisce sistemi che non chiedono fiducia, la garantiscono. Qui invece ci affidiamo alla buona fede, alla cultura comune, alla professionalità. Tutte cose nobili, certo. Ma la democrazia non si regge sulla nobiltà: si regge sulle strutture.

E allora la domanda non è più “i magistrati sono bravi?”. La domanda è: perché continuiamo a chiedere alla giustizia di essere credibile nonostante la sua architettura, invece che grazie ad essa?

Il mondo ha già scelto. L’Italia continua a discutere se sia il caso di scegliere.

E nel frattempo, la bilancia della giustizia resta lì: in equilibrio precario, sorretta più dalla speranza che dal design.

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