C’era una volta il mostro dello spread
Il Babau non fa più né paura né notizia ma è sceso sotto i 60 punti base
C’era una volta un mostro, quello dello spread. Aleggiava sul Paese come un fantasma, pronto a ghermire i risparmi delle famiglie. No, non era l’inflazione. E nemmeno erano i tassi alle stelle della Bce. È successo ancora prima. Tanti anni fa. Come un virus, avrebbe infettato tutta la nostra economia. E non sarebbero bastate le mascherine. Ci voleva una cura da cavallo. Ci voleva il (primo) Super Mario. C’era una volta un mostro, quel mostro era lo spread. Ci volle Monti, l’uomo dai mille tagli e dall’irreprensibile austerità. Capace di far diventare mito persino il suo loden. Quel mostro, oggi (e non certo grazie al signor Monti) è diventato un piccolo topolino. E, dal momento che non c’è alcun Cavaliere (nero, va da sé) da disarcionare, a nessuno interessa. E chissenefrega se con lo spread che piomba addirittura sotto i 60 punti (ieri s’è fermato a 59 ma nei giorni scorsi aveva raggiunto pure i 58 punti base) risparmieremo un fracco di miliardi in interessi e debito pubblico. Il mostro (era lo spread o Berlusconi?) non c’è più. E allora facciamo finta di niente. Hai visto mai che, una volta tanto, andrebbe riconosciuto qualche merito a Giorgetti e al governo?
Il mostro dello spread
La verità, come al solito, è sempre al centro. Lo spread non era un mostro ieri. E nemmeno l’altro ieri. “Con Berlusconi sarebbe arrivato a 1.200 punti”, ebbe a tuonare Mario Monti dimentico di avere il (fu) Pdl in maggioranza. E, soprattutto, scordandosi che una volta, a 1.200 punti, il differenziale tra i titoli tedeschi e quelli italiani era già arrivato. Era l’estate del 1982: l’inflazione aveva toccato il 17%, la recessione era conclamata col Pil aveva perso dieci punti rispetto a soli due anni prima. Pagavamo la grandissima crisi globale innescata dalla seconda crisi petrolifera, quella insorta dopo la Rivoluzione Islamica di Khomeini. L’Iran c’entra sempre. Eppure, di quell’anno, ci ricordiamo solo la vittoria mundial dell’Italia di Bearzot. Anche perché, dopo aver toccato il fondo, l’Italia (e buona parte dell’Europa e dell’Occidente) ripresero quota, smalto e vissero la stagione, dai più rimpianta, dei clamorosi e rutilanti anni ’80. Chissà, magari sarebbe bastato vincere i Mondiali pure nel 2011 per evitare che Sarkozy e la signora Merkel ottenessero la testa di Berlusconi su un piatto di lacrime e titoli di Stato.
Come il Babau
C’era una volta un mostro, era lo spread. Oggi non è sparito ma s’è ridimensionato. Esorcizzato, ridotto a fare da spauracchio ai bambini, come è accaduto a tante, ma tante, divinità un tempo temutissime e oggi irrise o, peggio, dimenticate. Il fatto che il differenziale sia basso, per l’Italia, è una benedizione. E non solo per mere ragioni di risparmio. No. È tutto collegato. Perché più assumi autorevolezza sui mercati, più diventi solido. Il contrario di ciò che, invece, sta accadendo in questi mesi alla Francia. A Macron è rimasta solo la politica estera per tentare di far la voce grossa. Al premier Lecornu è servita la forzatura per far passare il bilancio, ben oltre i termini previsti. E, nelle scorse ore, è riuscito a dribblare una pericolosissima mozione di sfiducia che s’era guadagnata proprio per aver forzato la mano. Si è giocato tutto, l’ex ministro alla Difesa. A cominciare dalle sue ambizioni (anche) presidenziali. Solo così è riuscita a riportare lo spread (con i Bund) intorno ai 50 punti. Ma quanto sono lontani, lontanissimi, i tempi d’oro (dicembre 2022) in cui il differenziale francotedesco non superava neanche i dieci punti base.
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