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Giustizia

Il Referendum non è un atto di fede né un calcolo politico

Il dibattito sul Referendum tra interventi ecclesiali e calcoli politici. Autonomia della coscienza, Dottrina sociale della Chiesa e sovranità popolare alla prova dei fatti

di Anna Tortora -


Autonomia della coscienza e limiti dell’intervento ecclesiale

L’ascolto rispettoso della parola dei pastori è parte integrante della vita ecclesiale. Proprio per questo, il loro intervento nello spazio pubblico richiede una particolare sobrietà, soprattutto quando si avventura nel terreno delle scelte politiche e istituzionali, che per loro natura appartengono alla responsabilità dei cittadini e al libero confronto democratico. Non ogni questione rilevante per la vita collettiva è, per ciò stesso, materia di indirizzo pastorale.

L’invito del cardinale Matteo Zuppi a partecipare al Referendum e a informarsi è pienamente condivisibile. Promuovere la partecipazione consapevole e contrastare l’astensionismo rientra in una legittima sollecitudine pastorale. Più problematica, invece, è la qualificazione dell’attuale assetto della magistratura come “preziosa eredità dei padri costituenti” da preservare, presentata come oggetto di una particolare attenzione ecclesiale. Non perché il tema non sia serio o delicato, ma perché non rientra né nell’ambito delle verità morali non negoziabili né in quello proprio del Magistero.

La Dottrina sociale della Chiesa è chiara su questo punto: riconosce l’autonomia delle realtà temporali, richiama al primato della coscienza personale e rifiuta ogni identificazione tra fede cristiana e modelli istituzionali storicamente determinati. La Chiesa non sacralizza le forme dello Stato né le sue architetture giuridiche, ma ne valuta il funzionamento alla luce del bene comune, della prudenza e di un realistico sguardo sull’uomo, consapevole dei limiti strutturali di ogni esercizio del potere.

Cardinale Zuppi sul referendum: il rischio di orientare le coscienze

È proprio questo realismo antropologico, centrale nella visione cristiana, a suggerire che il potere, per restare giusto, abbia bisogno di distinzioni, limiti e contrappesi. L’indipendenza della magistratura è un valore essenziale dello Stato di diritto, ma non coincide necessariamente con l’unità delle carriere.

Ritenere che la separazione delle funzioni possa rafforzare equilibrio e imparzialità non è una posizione anticostituzionale né, tantomeno, anticristiana: è una valutazione politica legittima, discutibile e opinabile come tutte le scelte di architettura istituzionale.

Quando l’autorità ecclesiale sembra indicare ciò che va “preservato” nel campo delle istituzioni, anche senza fornire indicazioni di voto esplicite, si corre il rischio di orientare implicitamente le coscienze invece di accompagnarle. Un rischio sottile, ma reale, soprattutto in un contesto già segnato da una forte polarizzazione del dibattito pubblico.

Il Referendum tra sovranità popolare e calcolo politico

Un rischio diverso, ma altrettanto significativo, emerge sul versante politico. L’uscita di Nichi Vendola sul referendum “Vorrei votare sì ma voto no”, per il timore che ne tragga vantaggio l’attuale maggioranza di Governo, solleva problemi non solo di opportunità, ma anche di ordine costituzionale.
Il Referendum non è un voto sul Governo né uno strumento per riequilibrare gli schieramenti politici. È un atto di sovranità popolare, come stabilisce l’articolo 75 della Costituzione. Il giudizio referendario riguarda il merito della norma, la sua legittimità e i suoi effetti giuridici e istituzionali. Non riguarda i sondaggi, le convenienze elettorali, né l’assenza di figure simboliche capaci di “rappresentare” una parte.

Votare contro ciò che si ritiene giusto per timore dell’esito politico significa snaturare lo strumento referendario e indebolire il principio sancito dall’articolo 1 della Costituzione, secondo cui la sovranità appartiene al popolo. Il voto, in una democrazia matura, non dovrebbe essere un atto di paura o di tattica, ma un esercizio di responsabilità.

Quando il merito delle questioni viene sacrificato al calcolo politico, il referendum perde la sua funzione di controllo e di partecipazione diretta, trasformandosi in una consultazione indiretta sul clima politico del momento. Un esito che impoverisce la democrazia e svuota di senso uno degli strumenti più importanti previsti dall’ordinamento costituzionale.

Discernimento cercasi

Il paradosso del dibattito Referendario sta tutto qui: mentre si invita a votare “con coscienza”, c’è chi suggerisce cosa preservare e chi ammette serenamente di votare il contrario di ciò che pensa. In mezzo resta la Costituzione, che non chiede benedizioni né strategie, ma una cosa molto più semplice e molto più scomoda: essere presa sul serio.
E forse è proprio questo, oggi, l’atto più radicale.

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