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Attualità

Volkswagen taglia le spese e fa tremare la Germania

Ma la crisi è di tutto il comparto export, l'ipotesi di una Nato commerciale

di Cristiana Flaminio -


Piove sul bagnato per l’automotive europeo: Volkswagen minaccia di tagliare i costi del 20 per cento, da qui fino al 2028. Un piano di risparmio lacrime e sangue. Dal quale non si tornerà più indietro. Perché a rischio c’è più di uno stabilimento del colosso di Wolfsburg. Ma, soprattutto, in pericolo c’è l’idea stessa di capitalismo renano, la via tedesca (ed europea) all’economia. Dietro alla crisi di Volkswagen, però, c’è di più. C’è un’economia intera, quella tedesca, che trema di fronte al continuo assottigliamento dei mercati esteri. Un problema serio, di sistema, che attende delle risposte. Che devono arrivare, e subito, dall’Europa.

Volkswagen ha un problema, anzi tre

La notizia di ieri, anzi il vero e proprio scoop rilanciato da Manager Magazine, non ha avuto l’impatto di un fulmine a ciel sereno. E solo perché Vw è in crisi, ormai, da fin troppo tempo. Anche sul fronte sindacale, le tensioni nei mesi scorsi sono state davvero rilevanti. Ora, però, succede che il management di Volkswagen abbia deciso di rendere ancora più strutturale il programma di tagli. Un quinto dei costi va cancellato. Il 20 per cento. Ciò perché, spiegano i capoccioni di Wolfsburg, ci sono i dazi americani e la guerra commerciale con la Cina. Così gli herren Oliver Blume e Arno Antlitz, rispettivamente amministratore delegato e direttore finanziario di Volkswagen, avrebbero presentato un piano draconiano di ridimensionamento dei costi. Per conoscere i dettagli occorrerà aspettare ancora. Ci penserà Oliver Blume a fornirli durante la prossima call con gli azionisti, già programmata per il 10 marzo prossimo, quando verranno resi noti (anche) i risultati annuali dell’impresa.

L’incubo dei lavoratori, già finita la tregua di Natale ’24?

Saranno felici, gli azionisti, di sapere che l’azienda taglierà ancora. E questo dopo aver appena archiviato un altro piano di ridimensionamento dei costi che ha portato risparmi, negli ultimi tre anni, pari a circa due miliardi di euro. E polemiche, un mare di polemiche. Scontri culminati con la minaccia di occupazione delle fabbriche. E poi rientrati col “miracolo di Natale”, ossia l’accordo tra lo stesso Blume e i sindacati con l’impegno, del primo, a non licenziare nessuno fino al 2030. Si capisce, dunque, perché sarà così importante capire dove l’azienda intenderà tagliare per risparmiare. E se la tregua siglata prima del Natale del 2024 reggerà davvero. Ma il tema, centrale, rimane. La Germania, e dunque l’Europa, non è più competitiva. Ci sono i dazi americani, c’è l’improvvida scelta (a suo tempo furiosamente contestata proprio dalla lobby automobilistica tedesca) di scatenare la guerra alla Cina. C’è l’export, dunque, che continua a colare a picco.

Export in panne

Un’inchiesta della Bga, la Federazione tedesca degli esportatori, rivela che la situazione è gravissima. Stando ai dati, rilanciati pure da Handesblatt, il 76% delle 359 aziende interpellate, e operative in tutti i settori chiave dell’export, gli affari di tutti sono calati in maniera rilevante. Il 62% degli imprenditori tedeschi trema all’idea di pianificare il lungo periodo ritenendo che tutto stia cambiando e che nulla sarà più come prima. Inoltre, un’azienda su due (49%) ha ragione di temere che le supply chain siano già da ritenersi a rischio. In pratica, quello che oggi accade a Volkswagen, presto, potrebbe estendersi come un contagio irrefrenabile a tutta l’economia tedesca. E sarebbe un problema gigantesco dal momento che, secondo quanto più volte sottolineato dagli analisti Destatis, un posto di lavoro su quattro, in tutta la Germania, è legato alle esportazioni.

Danke Bruxelles

Tanto basterebbe per far immaginare a Bruxelles, e soprattutto nella più vicina Francoforte, di rinculare sui progetti di dedollarizzazione e rafforzamento dell’euro. Che è, quest’ultima, una delle cause principali della flessione degli affari. Ma si va, allegramente, avanti. E a farne le spese sarà l’Europa. In primis perché l’economia tedesca svolge un ruolo fondamentale per l’Europa, anche per l’Italia. In secondo luogo perché per andare avanti, il capitalismo renano, con l’impronta di welfare e socialità, dovrà andare in soffitta. La Germania, e con essa l’Europa, perderebbero ciò che la contraddistinguono. Un modello che ha fatto la storia dell’economia occidentale. Un rischio tale che spinge a ragionare, in Germania, dell’ipotesi di una sorta di Nato commerciale. Unirsi per difendersi da un mondo che inizia a girare le spalle alla Vecchia Europa, che con la Ue sa solo complicarsi la vita. Servono misure drastiche, tuonano gli esportatori. Ma tutto, se non tanto, passa da Bruxelles. E pure da Volkswagen e dalle scelte dei grandi.


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