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Esteri

Espellere chi delinque: la Danimarca cambia il sistema

di Priscilla Rucco -


Mette Frederiksen, premier socialdemocratica, ha firmato una legge che prevede l’espulsione automatica degli stranieri condannati per reati gravi. Un modello che fa discutere e che l’Europa non può e non deve ignorare.

La legge che cambia il sistema in Danimarca

A partire da maggio, la Danimarca non lascerà più spazio all’incertezza. Chi arriva da un altro paese, commette un reato grave – stupro, violenza aggravata, aggressione pesante – e viene condannato ad almeno un anno di reclusione, dovrà fare le valigie una volta scontata la pena. Senza eccezioni, senza lunghe battaglie processuali, senza anni di attesa.

Lo prevede una legge voluta da Mette Frederiksen, primo ministro socialdemocratico – non di destra, non sovranista, ma di sinistra – che ha deciso di chiamare le cose con il loro nome: “È giusto proteggere i nostri paesi piuttosto che proteggere i criminali”. Fino a questo momento, l’espulsione non era automatica nemmeno in Danimarca.

Il paese scandinavo, come tutti gli altri stati europei, operava dentro i vincoli della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che tutela la vita privata e familiare e vieta trattamenti inumani o degradanti. Principi sacrosanti, ha ammesso lo stesso governo, ma che nella pratica hanno prodotto un effetto collaterale difficile da ignorare: lunghi contenziosi giudiziari, anni di permanenza sul territorio per chi aveva commesso reati gravi, e una distanza crescente tra la legge scritta e il senso di giustizia percepito dai cittadini.

La sinistra abbandona i tabù

La cosa che colpisce di questa vicenda non è tanto la legge in sé – misure simili esistono, in forme diverse, in altri contesti – quanto chi l’ha voluta. Frederiksen non è Marine Le Pen, non è Viktor Orbán, non appartiene alla galassia dei movimenti che in Europa cavalcano la paura dell’immigrazione per raccogliere consensi. È una leader di centrosinistra, con un partito che ha radici nel movimento operaio, in un paese che per decenni è stato considerato un modello di accoglienza e welfare.

Eppure la premier danese ha deciso di fare un passo che molti suoi colleghi progressisti in Europa faticano ancora a compiere: separare nettamente il tema dell’accoglienza da quello della sicurezza. Si può essere favorevoli all’integrazione e al tempo stesso sostenere che chi commette reati gravi non abbia titolo di restare.

E in Italia?

La situazione italiana è notoriamente diversa, e non soltanto per le norme scritte. L’articolo 13 del Testo Unico sull’immigrazione prevede già l’espulsione per stranieri condannati per determinati reati, ma l’applicazione pratica di questa norma è spesso lacunosa.

I tempi infiniti della giustizia si intrecciano con quelli dell’amministrazione, i ricorsi si moltiplicano, e il risultato è che molte espulsioni restano sulla carta, ma non avvengono di fatto. Il tema torna periodicamente al centro del dibattito politico – di solito dopo un fatto di cronaca – salvo poi dissolversi nella normale entropia istituzionale.

L’Italia ha difficoltà a gestire i rimpatri anche quando l’espulsione è già stata decretata: mancano accordi bilaterali con molti paesi di provenienza, non ci sono sufficienti centri di permanenza temporanea e spesso è assente una catena burocratica in grado di tradurre le sentenze in atti concreti.

La Danimarca, paese più piccolo, con una macchina amministrativa più efficiente e accordi già consolidati con diversi stati, parte da una posizione di vantaggio che sarebbe disonesto non riconoscere.

L’Europa e i diritti che proteggono tutti

La Convenzione europea dei diritti dell’uomo rappresenta un vincolo reale per tutti i paesi membri del Consiglio d’Europa. L’articolo 8, che tutela la vita privata e familiare, invocato più volte e usato per bloccare espulsioni di stranieri con legami consolidati nel paese ospitante – figli nati in loco, coniugi cittadini europei, decenni di residenza -. Sono situazioni che pongono domande genuine, e non si risolve nulla fingendo che non esistano. Eppure la Danimarca ha deciso di sfidare questo equilibrio, chiedendo apertamente una riforma delle norme internazionali.

Federiksen è consapevole che l’espulsione automatica può scontrarsi con la Corte europea dei diritti dell’uomo, e ha scelto comunque di andare avanti, portando la questione su un piano politico più ampio.


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