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Giustizia

Il rischio per la giurisdizione nella stagione referendaria

di Francesco Tiani -


Il dibattito pubblico sulla giustizia è sempre più dominato dalla richiesta di risposte semplici a problemi complessi. Una domanda che, quando investe la funzione giudiziaria, diventa particolarmente insidiosa. Si chiede al giudice di schierarsi, di stare da una parte, dalla parte delle vittime o degli imputati, dell’ordine o della libertà, dello Stato o dell’individuo.

Questa riduzione binaria produce consenso immediato, ma nel tempo erode la tenuta democratica. In uno Stato di diritto la giurisdizione non è il luogo dell’appartenenza, ma quello del bilanciamento. Il giudice non rappresenta interessi contrapposti, li compone attraverso il diritto, assumendosi la responsabilità di decisioni spesso impopolari. Il populismo penale vive di scorciatoie. Trasforma il processo in un’arena simbolica, la decisione in un messaggio e il giudice in un soggetto sospettabile di disallineamento.

In questo schema ogni assoluzione diventa una colpa e ogni condanna una prova di fedeltà all’ordine. Così la giurisdizione perde la sua funzione di garanzia e viene ridotta a strumento di legittimazione politica. È qui che si consuma uno dei rischi più gravi per l’equilibrio democratico, quello della delegittimazione reciproca tra politica e chi è titolare della giurisdizione.

Quando la politica utilizza la giustizia come terreno di consenso o di scontro e quando una parte della giurisdizione risponde adottando linguaggi e posture proprie del conflitto politico, il risultato non è il rafforzamento delle istituzioni, ma la loro progressiva erosione. Difendere la giurisdizione significa difendere la complessità contro la semplificazione. Significa ricordare che la giustizia richiede tempo, che il limite è parte della forza dello Stato e che l’equilibrio è una virtù istituzionale.

È questo il senso dell’articolo 111 della Costituzione, che affida la funzione giudiziaria a un giudice terzo e imparziale, sottratto alle pressioni del consenso e dello scontro, così come a quelle dell’accusa o della difesa. In questa cornice si colloca il confronto della stagione referendaria sulla giustizia, legittimo, ma per i toni e le modalità che sta assumendo rischia di mettere in discussione non singole norme, ma il valore stesso della giurisdizione come presidio costituzionale.

Le riforme sono discutibili, ma la funzione giudiziaria non può essere trascinata in una contrapposizione permanente senza pagarne il prezzo in termini di credibilità. Preoccupa la tendenza di una parte della magistratura organizzata ad assumere posture identitarie e conflittuali, più vicine allo scontro che alla garanzia. Quando la difesa della giurisdizione si confonde con l’autodifesa corporativa, il rischio non è solo reputazionale. È sistemico. A ciò si aggiunge un dato che non può essere ignorato.

Questa campagna referendaria, comunque si concluda, è destinata a lasciare strascichi preoccupanti, perché consolida una cultura della contrapposizione tra i poteri dello Stato che difficilmente si esaurirà con il voto. Il giudice che bilancia e non tifa resta una delle ultime forme di resistenza democratica, non perché sia infallibile, ma perché ricorda che la giustizia non può coincidere con il consenso.


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