La democrazia non si insulta: nessuno può processare milioni di italiani
di Mauro Nicastri Presidente Fondazione AIDR (www.aidr.it)
Roma, 13 febbraio – Le recenti dichiarazioni del Procuratore Nicola Gratteri — “Voteranno per il ‘no’ le persone perbene che credono nella legalità come valore per il cambiamento. Voteranno per il ‘sì’, ovviamente, gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata, tutti centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente” — impongono una riflessione seria e pacata.
Il referendum non è una campagna elettorale. Non è un talk show, né una competizione tra tifoserie. È la forma giuridicamente più rilevante di democrazia diretta prevista dalla nostra Costituzione, attraverso la quale l’intero corpo elettorale è chiamato ad esprimersi su leggi di rango costituzionale. Ridurre questo passaggio altissimo di partecipazione civica a una contrapposizione morale tra “persone perbene” e “indagati” significa abbassare il livello del confronto e, soprattutto, delegittimare milioni di cittadini che si esprimeranno liberamente secondo coscienza.
Non si comprende, inoltre, perché molti si scandalizzino a corrente alternata. Se affermazioni di questo tenore fossero state pronunciate da un altro magistrato, magari titolare di un incarico direttivo, probabilmente gli organi preposti sarebbero intervenuti quantomeno per chiedere chiarimenti. È accaduto in passato: quando il magistrato che indagava sul caso di Cogne pronunciò pubblicamente poche parole, gli venne immediatamente aperto un procedimento disciplinare. Il principio dovrebbe valere per tutti, senza eccezioni.
È giusto invocare il Presidente della Repubblica quale Presidente del CSM, ma entro i limiti fissati dall’ordinamento: i titolari dell’azione disciplinare sono il Ministro della Giustizia e il Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione. Le regole esistono e vanno rispettate, senza forzature istituzionali né richieste improprie.
Trovo poi assurdo far passare l’idea che “i delinquenti votano sì”. Se vogliamo usare argomenti di questa natura, allora bisognerebbe ricordare che la mafia trae vantaggio da processi che finiscono nel nulla per errori, inefficienze o vizi procedurali. È in quei casi che lo Stato non solo non ottiene giustizia, ma finisce per riconoscere indennizzi per ingiusta detenzione. Una giustizia efficiente, trasparente e ben organizzata tutela i cittadini onesti e rafforza lo Stato di diritto, non certo il contrario.
Il confronto è legittimo. Le etichette no. In democrazia si discute, si argomenta e poi si vota. Senza scomuniche.
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