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Cronaca

Ottantamila infortuni tra i banchi di scuola

Il dato più sorprendente non è nemmeno l’aumento dei casi ma il luogo in cui quegli infortuni avvengono

di Angelo Vitale -


Ottantamila denunce di infortuni tra gli studenti nei banchi di scuola del 2025. Più 3,8% rispetto all’anno precedente. Otto morti. Non sono numeri marginali, non sono un rumore statistico. Sono il segnale strutturale di un sistema che considera la sicurezza a scuola un adempimento formale e non una materia sostanziale. Se oltre 80mila studenti ogni anno si fanno male, significa che il problema non è episodico: è culturale.

Ottantamila infortuni tra i banchi

Il dato più sorprendente non è nemmeno l’aumento. È il luogo in cui quegli infortuni avvengono. Il 97% delle denunce riguarda incidenti accaduti durante le attività scolastiche, non nel tragitto casa-scuola. Tre infortuni su quattro coinvolgono minori under 15. Il 95% riguarda studenti delle scuole statali.

In altre parole: la scuola, che dovrebbe essere lo spazio più protetto dell’età evolutiva, è l’ambiente dove statisticamente il rischio si concentra di più. Qui, il vero nodo della questione.

Il calo nei percorsi scuola – lavoro

Nei percorsi di formazione scuola-lavoro, le denunce scendono a 1.889 casi, con una riduzione dell’8,2%. Dove la sicurezza è regolata da protocolli stringenti, dove esiste un Documento di valutazione dei rischi, dove la formazione è obbligatoria e le responsabilità sono chiaramente attribuite, gli infortuni calano. Quando gli studenti entrano in azienda, il sistema li tutela con più rigore di quanto accada tra le mura scolastiche. È un paradosso che dovrebbe interrogare il Paese.

La scuola è a tutti gli effetti un luogo di lavoro: palestre, laboratori, scale, attrezzature, spazi comuni. Eppure non viene percepita né organizzata come tale. Nelle imprese la prevenzione è parte integrante della gestione ordinaria. Esistono figure dedicate, audit periodici, aggiornamenti obbligatori. Nella scuola, la sicurezza resta spesso confinata alla modulistica e alla responsabilità del dirigente. Un’appendice normativa, non un’infrastruttura culturale.

I numeri nelle regioni

I numeri territoriali rafforzano la riflessione. La Lombardia concentra il 23% delle denunce nazionali, il Veneto e l’Emilia-Romagna il 12% ciascuna, il Piemonte il 10%. Le regioni con maggiore densità scolastica e produttiva registrano incrementi significativi rispetto al 2024. È solo una questione demografica? O pesa la qualità degli edifici, molti dei quali costruiti tra gli anni Sessanta e Settanta, con palestre e laboratori che richiedono manutenzione costante?

Il tema dell’edilizia scolastica si intreccia inevitabilmente con quello della prevenzione. C’è poi una contraddizione culturale evidente. L’educazione civica è materia obbligatoria. Si insegnano diritti, Costituzione, sostenibilità.

La sicurezza, un’appendice

Ma la sicurezza non è una disciplina autonoma, non ha moduli strutturati, non è parte integrante del percorso di studi dalla primaria in poi. Eppure parliamo di oltre un infortunio su dieci denunciati in Italia che riguarda gli studenti, pari al 13,5% del totale nazionale. Se un fenomeno ha queste dimensioni, non può essere trattato come una variabile residuale.

La crescita coinvolge sia le studentesse (+4,2%) sia gli studenti (+3,6%), con una prevalenza maschile del 58%. Non è una dinamica circoscritta a un segmento, ma un fenomeno diffuso. E gli otto infortuni mortali del 2025, pur in calo rispetto ai 13 del 2024, restano un dato drammatico. Ogni morte scolastica interroga non solo la responsabilità individuale, ma la capacità del sistema di prevenire.

La legge 21 che non basta

Qualcosa si muove, ma non abbastanza. Una legge dell’anno scorso, la numero 21, punta a rafforzare l’educazione alla sicurezza nei percorsi scolastici. Si moltiplicano i protocolli, crescono i corsi di aggiornamento per docenti e personale, al via audit periodici sugli ambienti e sulle attrezzature.

Tuttavia, manca ancora un impianto uniforme e strutturale. La formazione resta spesso episodica, affidata alla buona volontà dei singoli dirigenti o alla disponibilità di fondi locali. Senza un monitoraggio nazionale continuo, la prevenzione rischia di restare una dichiarazione d’intenti.

La prevenzione che non è strutturale

La lezione che emerge dal calo nei percorsi scuola-lavoro è chiara: quando la prevenzione è strutturale, funziona. Quando è episodica, no. Non serve moltiplicare circolari o scaricare colpe. Va riconosciuto che la sicurezza è parte integrante del processo educativo. Insegnare ai ragazzi a riconoscere un rischio, a utilizzare correttamente uno spazio, significa formare cittadini consapevoli.

La scuola italiana, si ripete spesso, è il luogo dove si costruisce la cittadinanza. Ma è anche un luogo fisico, con pavimenti scivolosi, attrezzature usurate, cortili affollati. Se la cultura della prevenzione resta un capitolo secondario, gli incrementi percentuali rimarranno episodi da commentare come se fossero inevitabili. Non lo sono.

Ottantamilaottocentosettantuno denunce non sono una statistica da archiviare in un report annuale. Sono ore di pronto soccorso, famiglie chiamate in fretta, lezioni interrotte, vite scombussolate . La differenza la fa la struttura, non il caso. La vera domanda, allora, non è se servano altre norme, ma perché ciò che funziona fuori dall’aula non venga applicato con la stessa sistematicità dentro l’aula. Finché questa asimmetria resterà irrisolta, continueremo a sorprenderci di numeri che, in realtà, parlano da anni.


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