La magistratura e quel risarcimento alla Sea Watch che fa discutere
Il caso del risarcimento di oltre 70 mila euro da parte dello Stato alla Ong Sea Watch continua a far discutere sia la politica che la magistratura, ma anche ad alimentare lo scontro. Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha inoltre annunciato l’intenzione di impugnare la sentenza nel tentativo di capovolgere la decisione del Tribunale di Palermo. Una strada già praticata in passato, come ha tenuto a ricordare lo stesso titolare del Viminale, quasi a voler evitare l’acuirsi delle polemiche che tengono banco ormai da giorni. La medesima linea è stata tenuta anche dal vicepremier azzurro Antonio Tajani che ha tenuto a precisare come impugnare la decisione della magistratura “non significa alzare i toni”. Fermo restando, ha tenuto a precisare il ministro degli Esteri, che ciascuno ha diritto a esprimere la propria posizione, anche se critica, “perché nessuno è al di sopra di ogni sospetto, anche i magistrati sbagliano”.
Abbassare i toni, non la testa
Insomma, abbassare i toni sì, ma non certamente battere in ritirata con la coda tra le zampe. Tanto più che la contrapposizione tra governo e toghe ha un suo peso – e non da poco – in vista del voto del referendum sulla giustizia. Non a caso, sia da parte della maggioranza che da quella dell’opposizione, le recenti decisioni giudiziarie in merito alla Sea Watch sono state subito messe in relazione proprio con il referendum. Con tutta la bagarre e lo scambio di accuse incrociate che ne sono seguite. Il commento di Matteo Salvini è più che eloquente in tal senso. “Se la politica costruisce delle leggi sulla sicurezza e poi i giudici decidono il contrario è complicato”, accusa il vicepremier leghista facendo presente come sia un “principio che non funziona”.
Il risarcimento alla Sea Watch e il referendum sulla giustizia
Poi, a proposito del referendum, aggiunge che “andare a votare per cambiare o non cambiare la giustizia incide sulla nostra vita quotidiana”. E, infine, Salvini non manca di aggiungere: “Se un giorno tornerò a fare il ministro dell’Interno le signore Rackete non avranno vita facile”. Il messaggio è chiaro. La magistratura politicizzata prova a mettere i bastoni tra le ruote al governo. La riforma della giustizia, ridimensionando il potere delle correnti delle toghe, può rompere questo circolo vizioso. Di certo l’intenzione non è quella di dare al governo la possibilità di scrivere le sentenze al posto dei giudici, come pure qualcuno dall’opposizione continua a sostenere. Piuttosto quella di fare in modo che chi è chiamato a emettere le sentenze non cerchi ogni cavillo utile a mitigare le norme solo perché non le condivide.
Torna alle notizie in home