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Liste di attesa, un sistema che non funziona

Emblematico, il caso Umbria. La manovra del governo, il nodo nella sanità delle Regioni

di Angelo Vitale -


Liste di attesa, un sistema che non funziona. Così, la sanità pubblica italiana sta pagando il conto più caro. Tempistiche di erogazione delle prestazioni folli, elenchi nascosti, prestazioni che i cittadini devono pagarsi di tasca propria o cui semplicemente e drammaticamente rinunciare.

Liste di attesa, un sistema malato: il caso Umbria

Oggi, una realtà più evidente che mai. Sul piano nazionale, programmi e piattaforme, nelle Regioni del centro-nord e nel cuore dell’Italia il dramma quotidiano dei pazienti fatto di giorni, mesi e talvolta anni sprecati in attesa di una visita, di un esame, di un controllo che potrebbe salvare una vita.

In Umbria, una fotografia impietosa: le liste d’attesa regionali schizzate a 72mila prestazioni non eseguite, quasi raddoppiate rispetto alle circa 44mila del settembre 2024, secondo l’opposizione. Donatella Tesei, consigliera della Lega, parla di “dati fuori controllo” e di promesse elettorali non mantenute su un sistema che continua a respingere cittadini verso strutture private o, peggio, al ricorso alla rinuncia completa alle cure.

Le polemiche in Umbria non si fermano alle cifre grezze. Enrico Melasecche, un altro consigliere leghista, ha denunciato come a molte persone non venga neppure riconosciuta la presa in carico della prescrizione medica.

Dal Centro al Nord

Dal Centro al Nord. Il Piemonte è considerato uno dei sistemi sanitari più strutturati del Paese ma non è immune dalla crisi. L’Agenzia regionale per la salute ha sperimentato aperture straordinarie nei weekend per visite diagnostiche e controlli. Per il ministro Orazio Schillaci, un esempio concreto di come provare ad agire sulle liste d’attesa. Ma è poco più di una toppa su una ferita che continua a sanguinare.
I numeri nazionali non confortano.

Un’indagine di Altroconsumo ha mostrato che il 52% delle visite e il 36% degli esami diagnostici non rispettano i tempi massimi previsti dalla legge, con attese medie di 105 giorni e punte di oltre un anno per prestazioni di routine come mammografie o visite dermatologiche e gastroenterologiche. Nelle classi di priorità che dovrebbero garantire visite urgenti entro pochi giorni, oltre il 70% dei casi non raggiunge gli standard di legge.

I “trucchetti”

Esiste poi la questione dei “trucchetti” delle liste d’attesa che emergono dalle segnalazioni di pazienti e persino dai controlli dei Nas. Agende chiuse per periodi indefiniti, slot fittiziamente riempiti o la pratica per cui sull’impegnativa compare la dicitura che l’assistito “rinuncia alla prima disponibilità” pur non avendo mai espresso tale volontà. Espedienti che falsano i dati ufficiali e danneggiano chi invece è realmente in attesa, rendendo invisibili centinaia di migliaia di prestazioni ancora da erogare.

Il quadro che emerge, quello di un Servizio Sanitario Nazionale sempre più lontano dalla funzione originaria di garantire equità e universalità. Gli strumenti usati per gonfiare statistiche rassicuranti convivono con prestazioni mancate, rinunce alle cure e un ricorso crescente al privato. Secondo dati diffusi nel 2023, oltre 4,5 milioni di italiani avevano rinunciato alle cure per ritardi e difficoltà di accesso, un dato drammatico pur se non aggiornato ad oggi.

Il peso economico e sociale di ciò che non funziona

Il peso economico e sociale di questa paralisi, enorme. Quando un cittadino attende oltre un anno per una Tac o una visita specialistica, non solo rischia un peggioramento delle condizioni di salute, ma può essere costretto ad assumere giorni di malattia, a perdere opportunità lavorative o a indebitarsi per pagare prestazioni fuori dal percorso pubblico.

Il danno per la produttività e per la coesione sociale si traduce quotidianamente in imprese costrette a fare i conti con lavoratori assenti e famiglie che sopportano costi sostenuti per servizi che dovrebbero essere gratuiti. Il sistema di welfare si sgretola, l’economia paga la stanchezza di cittadini che non possono più fidarsi delle tutele di cui lo Stato si vanta.

La manovra del governo

Il governo ha provato a rispondere. Dal 2025, operativa la Piattaforma nazionale per la gestione delle liste d’attesa, un cruscotto digitale ideato per monitorare in tempo reale i tempi di attesa regione per regione, prestazione per prestazione, con l’intento dichiarato di far emergere i vuoti di offerta e facilitare interventi mirati. Il ministro della Salute ha più volte però dovuto ammettere che la carenza di dati affidabili è parte del problema. E che solo con monitoraggio e trasparenza si potrà conoscere la reale entità del fenomeno.

Ci sono poche azioni strutturali, oltre ai monitoraggi. Schillaci ha annunciato fin dal 2025 interventi diretti su Regioni inadempienti, con la possibilità di commissariare quelle che non rispettano i tempi di legge. E ha auspicato un uso più incisivo degli incentivi per il personale sanitario e l’adozione di regole rigide per la gestione dei Centri Unici di Prenotazione.

Ma la sensazione tra i medici e gli operatori è che queste misure restino insufficienti senza un progetto organico di potenziamento delle strutture territoriali e di assunzioni massicce di personale qualificato.

E chi non può scegliere la sanita privata?

Proprio la situazione in Umbria, emblematica. Mentre i dati ufficiali raccontano cifre di decine di migliaia di prestazioni in attesa, l’opposizione denuncia zone d’ombra nella trasmissione dei dati e l’assenza di nuovi investimenti per far fronte alle esigenze reali dei cittadini.

Il sistema attuale respinge chi vorrebbe solo curarsi. Converte un diritto costituzionale in una materiale diseguaglianza. Spinge chi ha risorse a rivolgersi altrove. E chi non può?


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