La solita doppia morale del campo progressista. Fa eleggere gli estremisti di sinistra ma si scaglia contro quelli di destra
Nel grande circo del centrosinistra italiano, c’è sempre un atto nuovo ma la trama è la stessa: sentirsi i custodi della libertà mentre la negano agli altri. L’ultima sceneggiata si è consumata alla Camera dei Deputati, dove alcuni parlamentari ‘progressisti’ hanno deciso che la sala stampa non poteva ospitare una conferenza in cui era prevista la presenza di esponenti di CasaPound. E allora via: occupazione, slogan, gesti teatrali. Manca solo la chitarra e l’eco di ‘Bella ciao’ nei corridoi.
Risultato: sospensione. E da quel momento, l’abituale indignazione a catena. Tutti uniti nel gridare al ‘bavaglio’, alla ‘censura’, al nuovo autoritarismo del Presidente di turno. Peccato che la democrazia, quella vera, funzioni anche grazie alle regole. E se il Parlamento diventa il palcoscenico del protagonismo militante, allora non è più libertà, è autoparodia.
Ma guai a farlo notare: per una certa sinistra le regole sono un concetto elastico, da tirare o ignorare a seconda della convenienza. Se a trasgredire è l’avversario, allora è scandalo. Se invece lo fanno i ‘nostri’, allora diventa ‘atto di resistenza’. Due pesi, due misure. È così da anni, e ormai ci hanno costruito sopra un’identità.
La verità è che la sinistra non riesce più a vivere senza un nemico. Senza ‘il fascismo’ da combattere, cade nel vuoto. E allora se non ci sono fascisti veri, se li inventa: magari in una conferenza stampa, in un dibattito, o persino in un post sui social. Ogni volta si replica la stessa commedia morale in cui loro sono sempre gli eroi, e gli altri sempre il male assoluto.
Il paradosso è che mentre si riempiono la bocca di ‘pluralismo’ e ‘tolleranza’, sono i primi a praticare l’intolleranza più rigida. Parlano di libertà d’espressione come di un valore sacro, ma solo finché a parlare sono loro. Se la parola passa a qualcuno di ‘sgradito’, scatta il divieto, il boicottaggio, la scomunica. In fondo, la sinistra di oggi difende la democrazia a colpi di silenziatore.
E così, nel tentativo di ‘impedire il ritorno del fascismo’, finisce per comportarsi esattamente come quei regimi che dice di combattere: decide chi può parlare, chi può essere ascoltato e chi deve essere zittito. È l’antifascismo come alibi, il moralismo come professione, l’indignazione come mestiere.
Alla fine, resta l’immagine grottesca di una sinistra che si erge a giudice universale mentre affonda nelle sue contraddizioni. Perché se la libertà vale solo per chi condivide le proprie idee, non è libertà. È arroganza travestita da virtù. Ed è forse questa, oggi, la più grande forma di estremismo che attraversa il centrosinistra: la certezza di essere sempre nel giusto, anche quando calpesta le regole in nome di un ‘bene superiore’ che ha smesso da tempo di assomigliare alla democrazia.
Forse è tempo che qualcuno glielo dica chiaramente: la libertà non si difende zittendo gli altri: chi lo fa, non la sta proteggendo, la sta solo recitando.
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