L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Politica

La solita doppia morale del campo progressista. Fa eleggere gli estremisti di sinistra ma si scaglia contro quelli di destra

di Eleonora Manzo -


Nel grande circo del centrosinistra italiano, c’è sempre un atto nuovo ma la trama è la stessa: sentirsi i custodi della libertà mentre la negano agli altri. L’ultima sceneggiata si è consumata alla Camera dei Deputati, dove alcuni parlamentari ‘progressisti’ hanno deciso che la sala stampa non poteva ospitare una conferenza in cui era prevista la presenza di esponenti di CasaPound. E allora via: occupazione, slogan, gesti teatrali. Manca solo la chitarra e l’eco di ‘Bella ciao’ nei corridoi.

Risultato: sospensione. E da quel momento, l’abituale indignazione a catena. Tutti uniti nel gridare al ‘bavaglio’, alla ‘censura’, al nuovo autoritarismo del Presidente di turno. Peccato che la democrazia, quella vera, funzioni anche grazie alle regole. E se il Parlamento diventa il palcoscenico del protagonismo militante, allora non è più libertà, è autoparodia.
Ma guai a farlo notare: per una certa sinistra le regole sono un concetto elastico, da tirare o ignorare a seconda della convenienza. Se a trasgredire è l’avversario, allora è scandalo. Se invece lo fanno i ‘nostri’, allora diventa ‘atto di resistenza’. Due pesi, due misure. È così da anni, e ormai ci hanno costruito sopra un’identità.

La verità è che la sinistra non riesce più a vivere senza un nemico. Senza ‘il fascismo’ da combattere, cade nel vuoto. E allora se non ci sono fascisti veri, se li inventa: magari in una conferenza stampa, in un dibattito, o persino in un post sui social. Ogni volta si replica la stessa commedia morale in cui loro sono sempre gli eroi, e gli altri sempre il male assoluto.
Il paradosso è che mentre si riempiono la bocca di ‘pluralismo’ e ‘tolleranza’, sono i primi a praticare l’intolleranza più rigida. Parlano di libertà d’espressione come di un valore sacro, ma solo finché a parlare sono loro. Se la parola passa a qualcuno di ‘sgradito’, scatta il divieto, il boicottaggio, la scomunica. In fondo, la sinistra di oggi difende la democrazia a colpi di silenziatore.

E così, nel tentativo di ‘impedire il ritorno del fascismo’, finisce per comportarsi esattamente come quei regimi che dice di combattere: decide chi può parlare, chi può essere ascoltato e chi deve essere zittito. È l’antifascismo come alibi, il moralismo come professione, l’indignazione come mestiere.
Alla fine, resta l’immagine grottesca di una sinistra che si erge a giudice universale mentre affonda nelle sue contraddizioni. Perché se la libertà vale solo per chi condivide le proprie idee, non è libertà. È arroganza travestita da virtù. Ed è forse questa, oggi, la più grande forma di estremismo che attraversa il centrosinistra: la certezza di essere sempre nel giusto, anche quando calpesta le regole in nome di un ‘bene superiore’ che ha smesso da tempo di assomigliare alla democrazia.

Forse è tempo che qualcuno glielo dica chiaramente: la libertà non si difende zittendo gli altri: chi lo fa, non la sta proteggendo, la sta solo recitando.

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