A che punto è il dibattito sulle primarie del centrosinistra
Appare sempre più evidente che le primarie tornano al centro del dibattito nel centrosinistra più per necessità che per reale convinzione. Strumento utile a coinvolgere le basi di tutti i partiti di una coalizione, come sempre accaduto, viene in realtà invocato a gran voce nelle fasi di stallo. Se c’è una consapevolezza che tutti posseggono circa le primarie è, infatti, che finiscono spesso per provocare esiti imprevedibili. Questo spiega, almeno in parte, la titubanza delle ultime settimane ad aprire ufficialmente la partita nel campo progressista. D’altro canto, la necessità di trovare una sintesi sulla leadership da contrapporre al centrodestra inizia a essere pressante. Proprio il combinato disposto di questi due fattori ha fatto sì che prima, sull’onda emotiva dell’esito del referendum, si imprimesse un’accelerazione quasi spontanea alla pratica; poi, una volta fatti due conti in tasca, che la macchina rallentasse.
La partita tra Elly Schlein e Giuseppe Conte
Elly Schlein, apparsa inizialmente galvanizzata, ha rallentato consapevole che una competizione aperta potrebbe non garantirle la vittoria. Allo stesso tempo, anche Conte ha rimodulato la propria strategia. Da parte di entrambi, l’idea è che la principale preoccupazione sia soprattutto guadagnare tempo e ridefinire i rapporti di forza. In questo gioco di rinvii e tatticismi, le primarie rischiano di trasformarsi da strumento di selezione a terreno di scontro latente. Da qui una strategia che mira, evidentemente, a evitare un confronto immediato e a costruire condizioni più favorevoli per l’investitura a leader della coalizione e candidato premier alle prossime elezioni. La partita, però, non si gioca soltanto tra i due principali protagonisti. Le forze minori del centrosinistra, come Alleanza Verdi-Sinistra e Italia Viva, osservano con crescente impazienza.
I delicati equilibri nel campo progressista
Per loro, le primarie rappresentano non solo uno strumento di partecipazione, ma anche l’unica occasione per incidere realmente sugli equilibri della coalizione. Matteo Renzi, come sempre, scalpita per entrare in qualche modo nella partita. Segnale evidente della volontà di non restare ai margini del confronto tra i numeri uno del Pd e del Movimento 5 Stelle. La sensazione diffusa è però quella che le primarie siano destinate a protrarsi ancora a lungo. Anche perché, dopo le dichiarazioni della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ha ribadito l’intenzione di arrivare a fine legislatura, è venuto definitivamente meno il rischio di elezioni anticipate. Un fattore che riduce l’urgenza di una sintesi e consente ai protagonisti del campo progressista di prendersi ulteriore tempo. Ma il tempo, in politica, è un alleato ambiguo. Se da un lato permette di affinare strategie e costruire programmi, dall’altro rischia di alimentare divisioni e logorare i rapporti personali.
Come l’ipotesi primarie influenza il dibattito nel centrosinistra
Il rinvio continuo della resa dei conti potrebbe trasformarsi in un elemento di debolezza strutturale. Tanto più nel confronto con un centrodestra sempre compatto attorno alla leadership di Giorgia Meloni, il cui ruolo non è messo minimamente in discussione. Così, le primarie del centrosinistra restano sospese, dando l’idea di essere il simbolo di una coalizione ancora in cerca di identità. Prima ancora che di un leader unitario o di un nome da poter spendere per Palazzo Chigi in caso di vittoria alle elezioni. E mentre i giorni scorrono, la vera sfida per il centrosinistra sarà evitare che l’attesa si trasformi in immobilismo, lasciando spazio a un confronto interno sempre più acceso. Se non addirittura a un qualche scontro che sarebbe difficile da ricomporre.
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