L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Attualità

Pronto Soccorso in tilt: perché il caos negli ospedali?

Il bilancio nazionale delle aggressioni ai danni del personale medico e infermieristico ha raggiunto livelli senza precedenti, con i dati dell'Osservatorio Nazionale sulla Sicurezza che fotografano una realtà fatta di migliaia di episodi annui

di Angelo Vitale -

Una veduta interna del triage del pronto soccorso di un ospedale


Pronto Soccorso in tilt: perché il caos negli ospedali? Una aggressione avvenuta presso l’Ospedale Maria Vittoria di Torino è solo l’ultimo episodio di cronaca nera nei nosocomi e la manifestazione plastica di una crisi che sta logorando le fondamenta del sistema di emergenza sanitaria in Italia.

Pronto Soccorso nel caos

In questo presidio sanitario, divenuto ormai un fronte caldo della tensione metropolitana, un operatore sanitario e un addetto alla sicurezza sono stati presi di mira da un utente in stato di agitazione. Il Pronto Soccorso è ormai percepito dall’utenza non come un luogo di cura, ma come il terminale ultimo di frustrazioni sociali e disservizi strutturali.

Con questa notizia torniamo a parlare della tenuta stessa del Servizio sanitario nazionale nel corso di questo 2026. Un anno che doveva segnare il rilancio post-riforme e che invece si sta trasformando in un ennesimo momento di massima fragilità delle infrastrutture critiche del Paese.

Aggressioni continue: cosa sta succedendo?

Il bilancio nazionale delle aggressioni ai danni del personale medico e infermieristico ha raggiunto livelli senza precedenti, con i dati dell’Osservatorio Nazionale sulla Sicurezza che fotografano una realtà fatta di migliaia di episodi annui. Questa escalation di violenza fisica e verbale si intreccia in modo inestricabile con una crisi economica e contrattuale che vede i professionisti della salute in stato di agitazione permanente.

Le sigle sindacali Anaao-Assomed e Nursind rincarano la dose denunciando il mancato pagamento delle indennità di specificità previste dall’ultima manovra finanziaria. Fondi essenziali che avrebbero dovuto valorizzare il lavoro in prima linea, ma tuttora incagliati nelle maglie della burocrazia regionale, creando un paradosso inaccettabile per chi lavora in corsia.

Medici in trincea

Mentre lo Stato chiede ai medici di restare in trincea nonostante i rischi, le Regioni non riescono a garantire nemmeno i minimi adeguamenti salariali promessi. Un elemento tecnico cruciale per comprendere l’origine di tanta aggressività nelle sale d’attesa è il cosiddetto boarding.

Si tratta dello stazionamento prolungato dei pazienti nei corridoi del Pronto Soccorso in attesa di un posto letto nei reparti di degenza, una condizione che può protrarsi per ore e che trasforma le aree d’emergenza in reparti di fortuna privi di privacy e comfort. Una congestione cronica, figlia di anni di tagli ai posti letto per acuti.

La miccia che fa esplodere la rabbia dei familiari, i quali finiscono per identificare nel medico o nell’infermiere di turno il responsabile di un’inefficienza che ha invece radici politiche e gestionali più profonde. La fragilità di una medicina territoriale che non riesce a fare da filtro, riversando ogni minima necessità assistenziale sulle strutture ospedaliere d’urgenza.

La fuga dei camici bianchi

A complicare ulteriormente il quadro, il fenomeno della fuga dei camici bianchi. Non più solo una migrazione accademica, ma un esodo di massa di professionisti esperti che, logorati da turni massacranti e dalla costante minaccia per la propria incolumità, scelgono di dimettersi dal servizio pubblico.

In questo mese di aprile si parla di un medico d’urgenza su quattro che sta valutando il passaggio al settore privato o il trasferimento in nazioni che offrono non solo stipendi doppi, ma soprattutto protocolli di sicurezza rigidi e protezione legale.

Il ricorso ai “gettonisti”

Lo svuotamento delle corsie costringe le Asl a ricorrere ai medici “gettonisti”, reclutati tramite cooperative esterne a costi esorbitanti. Un circolo vizioso insostenibile. Si risparmia sulle indennità dei propri dipendenti, per poi pagare singole prestazioni orarie a prezzi di mercato speculativi, aggravando il dissesto dei bilanci sanitari regionali e riducendo la continuità terapeutica per il paziente.

Per non parlare della crescita esponenziale della “medicina difensiva”. Il clima di intimidazione che regna nei dipartimenti di emergenza spinge il personale sanitario a ordinare una quantità abnorme di esami diagnostici e consulenze non strettamente necessari, al solo scopo di precostituire una difesa legale in caso di esiti infausti o di denunce da parte di parenti aggressivi.

Un sovraccarico insostenibile per i laboratori e le radiologie, allungando ulteriormente i tempi di attesa e alimentando quella stessa frustrazione dei cittadini che poi sfocia in violenza fisica. Risorse che potrebbero essere investite nel potenziamento del personale. Invece, sono bruciate in un meccanismo di autotutela psicologica e forense.

Il rischio “desertificazione” delle corsie

Il ministero della Salute ha tentato di rispondere alla crisi di “sicurezza” con l’annunciato incremento dei posti di polizia all’interno dei nosocomi. I sindacati ribattono con il pressing per una riforma strutturale del lavoro sanitario.
Il malumore nelle corsie resta altissimo.

Il rischio è quello di una desertificazione definitiva dei reparti di emergenza. In ballo, la sicurezza e la dignità di chi è chiamato a tutelare ogni giorno il diritto alla salute degli italiani.


Torna alle notizie in home