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Esteri

La resilienza dell’Iran e il logoramento degli Usa

La potenza Usa ostenta forza ma vede erodersi asset strategici e capacità di controllo

di Ernesto Ferrante -


La narrazione ufficiale di Washington continua a perdere vigore e credibilità. L’incontro tra il ministro degli Interni pakistano Mohsin Naqvi e il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, riportato da Tasnim, conferma che la diplomazia attorno al conflitto non è affatto ferma. Pakistan e Iran discutono proposte per chiudere la guerra e colmare le distanze con gli Stati Uniti, segno che Teheran mantiene canali aperti e capacità negoziale, nonostante mesi di pressione militare e sanzionatoria.

Parallelamente, l’ipotesi rivelata dal New York Times di una collaborazione con l’Oman per imporre un pedaggio nello Stretto di Hormuz mostra che gli iraniani sono capaci di modulare una iniziativa strategica, in grado di sfruttare la leva marittima in un momento in cui il traffico commerciale è quasi paralizzato dagli attacchi israelo-americani. La risposta di Trump “Hormuz è una via navigabile internazionale. Non vogliamo pedaggi”, rivela più irritazione che forza: gli Usa non controllano più pienamente la dinamica dello Stretto.

L’erosione delle scorte statunitensi: la realtà dietro la retorica

Mentre Trump insiste sul linguaggio della deterrenza, i dati raccontano una storia diversa. Secondo Bloomberg, gli Stati Uniti hanno perso quasi un quinto della loro flotta di droni MQ-9 Reaper dall’inizio dell’offensiva contro l’Iran. Oltre due dozzine di velivoli abbattuti, per un valore che sfiora il miliardo di dollari. Si tratta di piattaforme avanzate, costose, dotate di sensori sofisticati e capacità d’attacco. La loro distruzione non è solo un danno economico. Rivela anche la vulnerabilità operativa americana in un teatro dove l’Iran ha dimostrato di saper colpire in modo sistematico.

La stima che le perdite possano arrivare a 30 droni, includendo quelli danneggiati, rafforza l’impressione di un Pentagono logorato più del previsto, mentre la Casa Bianca continua a ostentare sicurezza.

L’Iran si ricostituisce più rapidamente del previsto

Le valutazioni dell’intelligence statunitense, riportate dalla CNN, aggiungono un ulteriore elemento. Durante le sei settimane di cessate il fuoco, l’industria militare iraniana ha già riavviato parte della produzione di droni, recuperando capacità militari che si pensava richiedessero tempi molto più lunghi. Mentre gli Stati Uniti consumano asset strategici difficili da rimpiazzare, Teheran ricostruisce rapidamente. Trump continua a ripetere “stiamo negoziando”, ma non esclude la ripresa del conflitto. Se la guerra dovesse riaccendersi, l’Iran non si farebbe trovare impreparato.

Il fronte libanese. Il conflitto non si è spento

Nel frattempo, il raid israeliano contro un centro dell’Autorità sanitaria islamica a Hannaouiyah, nel sud del Libano, con quattro morti e due paramedici feriti, ricorda che la crisi resta regionale, non bilaterale. Ogni escalation nel Paese dei Cedri alimenta la percezione di un Medio Oriente in cui la pressione militare non produce stabilità, ma nuove faglie di instabilità.

ll quadro che emerge è quello di una asimmetria crescente. Da un lato, un Iran che assorbe i colpi, ricostruisce capacità e mantiene margini diplomatici; dall’altro, la potenza Usa che ostenta forza ma vede erodersi le sue capacità di controllo. La retorica trumpiana continua a evocare un’America dominante. I fatti, però, raccontano una realtà più complessa.


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