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Economia

Italia a rischio, Europa col magone: Ue, che fai?

I numeri della Commissione, Dombrovskis cauto ammette: a Bruxelles son finiti i soldi

di Giovanni Vasso -

URSULA VON DER LEYEN FRANS TIMMERMAN


Non c’è più tempo da perdere: Ue, che fai? È proprio da Bruxelles che arrivano i numeri choc. Quelli che, meglio di mille parole, restituiscono la gravità della (seconda) crisi energetica che incombe sull’Europa e, segnatamente, sull’Italia. Ecco, stando alle analisi della Commissione Ue, la crescita del Pil reale nel Paese sarà la più bassa d’Europa. Appena lo 0,5% e solo perché gli italiani, resi furbi dalle crisi che credevano d’essersi lasciati già alle spalle, hanno confermato una “robusta espansione della domanda interna”.

Numeri choc, Ue ora che fai?

Merito, questo, della crescita dell’occupazione e dei salari. Che consentirebbero, secondo Ursula e soci, di fotografare un aumento nel 2025 dell’1,1% in termini di consumi. Però, questi, sono fatalmente destinati a comprimersi, eccome, di fronte all’ennesima fiammata del carovita che arriva, con la mediazione di bollette e carburanti, direttamente dalla crisi di Hormuz. Ci sarà, dicono da Bruxelles, pure un lieve calo nel tasso di risparmio. Lo abbiamo già fatto, lo rifaremo ancora: le famiglie romperanno i salvadanai per affrontare, finché potranno, le spese. Come è già successo col Covid. E, quindi, con la guerra in Ucraina. E poi? Chissà. Gli investimenti, che reggono buona parte della ripresa economica italiana, saranno frenati perché la Bce si prepara ad aumentare il costo del denaro. La tempesta perfetta. Non c’è più tempo da perdere e non basteranno gli ombrellini degli aiuti di Stato per aiutare il sistema Paese a uscir fuori dalla buriana che lo aspetta. Che, nel 2027, porterà l’Italia a festeggiare (già, proprio così) un timidissimo aumento dello 0,7% del Pil come un successo megagalattico. Epperò c’è poco, come si affanna a fare la politica alla ricerca di consenso, da banalizzare.

Vecchie criticità e nuovi problemi vitali

Non è colpa di questo o di quel governo se la crisi, anzi “le” crisi, si abbattono su un sistema economico incapace di crescere sul serio. Dal 2011 al 2024, ha riferito ieri l’Istat, il Pil è salito di due punti complessivi. Bene ma non di certo benissimo come Germania, Francia e Spagna che ne hanno approfittato per aumentare i loro affari in un range compreso tra il 5% e addirittura il 7%. E poi c’è la questione dei numeri. Quelli dei conti che tanto piacciono a Bruxelles. Nel 2026 il rapporto deficit-Pil scenderà sotto il 3% assestandosi al 2,9%. Contestualmente, impazzisce il parametro del debito-Pil che addirittura sarà il peggiore del Vecchio Continente, persino peggio della Grecia con il 139,2%.

Superbonus: Giorgetti was right?

Adesso lo dicono pure da Bruxelles e quindi c’è poco da prendersela con le (presunte) scappatoie, gastriti e monomanie (che tali non sono) del ministro all’Economia Giancarlo Giorgetti. Il Superbonus, hanno scritto gli analisti della Commissione Ue, ha gravato su una situazione che già prima di sicuro non era per nulla rosea. Fermo restando che, detto sottovoce, di questi parametri si fa un gran parlare solo ed esclusivamente in quella gabbia di numeri che è diventata la Vecchia Europa, la situazione italiana non è per nulla rosea. Giorgetti, però, non si scompone. Dato “il periodo che attraversiamo, segnato da turbolenze inedite”, nota il capo del Mef. Che, però, preferisce concentrarsi sui dati “positivi”, anzi “quasi sorprendenti” riguardanti l’export (salito del 7% in valore e del 4,2% in volumi a marzo).

Il truce Dombrovskis ha finito gli sghei

Che si tratti di una situazione tutt’altro che rosea e che di tempo non ce ne sia più, forse, se n’è accorto pure il truce Valdis Dombrovskis. A cui qualcuno, evidentemente, avrà fatto notare i rischi se l’Europa perde la seconda manifattura e se la Germania si ritrova senza il suo appoggio produttivo privilegiato. Prima, fedele a se stesso e alla retorica di cui è calvinisticamente intriso, ha raccomandato “prudenza” ai “Paesi ad alto debito”. Come noi, appunto. Poi ha spiegato, a proposito delle (pressanti e fondatissime) richieste avanzate dal governo italiano che “stiamo conducendo delle valutazioni per capire cosa si può fare”. Non c’è tempo da perdere in alambicchi, però. Bisogna fare presto. Il guaio, vero, è che a Bruxelles non c’è più un euro. “Abbiamo meno margine di manovra di bilancio rispetto alla crisi precedente. Ciò richiede quindi prudenza fiscale, in particolare per i Paesi fortemente indebitati”, ha spiegato Dombroskis. In pratica, hanno speso gli ultimi soldi che c’avevano per mantenere lo sforzo bellico in Ucraina e ora non si sa dove andar a prendere altri denari. Proprio mentre Ursula sogna bilanci plurimiliardari per colmare un gap trentennale e popolare l’Europa di gigafactory, reti elettriche e chissà quali altre meraviglie. Ue, ora che fai?


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