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Esteri

La Cina occupa lo spazio lasciato vuoto da Usa e Ue

La strategia del gigante asiatico è di porsi come forza stabilizzatrice

di Ernesto Ferrante -


La riunione di alto livello del Consiglio di Sicurezza dell’Onu convocata dalla Cina in qualità di presidente di turno, rappresenta un tassello significativo della strategia di proiezione internazionale del Dragone. L’iniziativa, che ha riunito oltre 100 Paesi, si inserisce in un momento di forte turbolenza geopolitica e mira a riaffermare il ruolo centrale delle Nazioni Unite come architrave dell’ordine multilaterale. Il gigante asiatico vuole presentarsi come forza stabilizzatrice, alternativa alle dinamiche di unilateralismo e competizione tra blocchi che, secondo Pechino, stanno erodendo le fondamenta del sistema internazionale.

Pechino vuole rilanciare il ruolo dell’Onu

Le proposte avanzate dal ministro degli Esteri Wang Yi, le cosiddette “five reinvigorations” costituiscono un pacchetto concettualmente organico. Esse puntano a rilanciare l’autorità della Carta Onu, rafforzare il ruolo operativo del Consiglio di Sicurezza, rimettere lo sviluppo al centro dell’agenda globale, innovare le piattaforme di governance e aumentare l’efficacia complessiva del sistema Onu.

Questa struttura riflette una caratteristica tipica dell’approccio cinese, incardinato sulla costruzione di cornici ampie, presentate come soluzioni sistemiche. Il Paese di Xi Jinping non propone riforme tecniche isolate, ma un quadro strategico che ambisce a ridefinire le priorità globali. Un paradosso attraversa attualmente la diplomazia globale. Mentre l’Occidente rivendica da decenni la paternità del multilateralismo, oggi è la Cina a presentarsi come suo principale difensore.

Le contraddizioni degli Usa

Washington continua a parlare di “ordine internazionale basato sulle regole”, ma queste ultime sembrano valere soprattutto quando coincidono con i suoi interessi strategici. Gli Stati Uniti hanno costruito negli anni una sorta di multilateralismo selettivo. Sostengono l’Onu solo quando serve a legittimare le loro iniziative, ma lo aggirano quando rischia di limitarne la libertà d’azione. Ritiri da trattati, sanzioni extraterritoriali e interventi fuori dal mandato delle Nazioni Unite hanno eroso la credibilità americana agli occhi di molti Paesi emergenti.

La Cina sfrutta abilmente questo vuoto di legittimità, rivendicando il primato del diritto internazionale, insistendo sulla sovranità e sulla non interferenza, e proponendosi come attore prevedibile in un sistema dominato da un’egemonia percepita come instabile. È una narrativa che trova ascolto soprattutto nel Sud globale, dove la memoria degli interventi unilaterali occidentali è ancora viva.

L’inconsistenza dell’Ue

L’Ue, dal canto suo, continua a presentarsi come custode dei valori multilaterali, ma la distanza tra dichiarazioni e capacità reali è sempre più evidente. Sul piano della sicurezza, l’Europa resta dipendente dalla Nato e quindi dagli Stati Uniti. Sul versante politico, è frenata da divisioni interne che ne indeboliscono la voce nei consessi internazionali. Nel campo diplomatico, promuove un multilateralismo “normativo”, quasi del tutto privo di efficacia reale.

Il risultato è un’Unione che parla di riforma delle Nazioni Unite, ma fatica a incidere. Che invoca il diritto internazionale, ma applica doppi standard. Che difende formalmente l’approccio multipolare, ma non dispone degli strumenti per sostenerlo davvero. A Bruxelles manca puntualmente la mossa risolutiva.

Margini di manovra molto ampi a disposizione di Pechino

In questo contesto, la Cina avanza una proposta coerente finalizzata a rafforzare l’Onu, dare più voce ai Paesi emergenti, riportare lo sviluppo al centro della sicurezza globale. È un’agenda che risponde all’esigenza reale della crisi di legittimità delle istituzioni internazionali, intercettando il malcontento di molti Stati che si sentono marginalizzati da un ordine percepito come sbilanciato.

Naturalmente, la superpotenza asiatica non è un attore neutrale. La sua visione della sovranità e della non interferenza riflette anche determinati interessi. La forza della sua formulazione sta nel fatto che si presenta come alternativa a un fronte che appare sempre più prigioniero delle proprie contraddizioni. Il multilateralismo non è più un marchio di fabbrica dell’Occidente. È diventato un terreno di competizione. E nell’attuale contesto, è la Cina a dettare il ritmo.


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