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Politica

La legge elettorale non può blindare la Repubblica

di Emanuele De Deo -


La discussione sulla legge elettorale dice molto più delle regole. Racconta la paura che attraversa i Palazzi, la difficoltà dei partiti a rappresentare la società, la tentazione di scambiare stabilità con permanenza e governabilità con conservazione del potere. Il Paese vive una crisi che i dati positivi sull’occupazione non cancellano. Anche gli ultimi dati sul lavoro non sciolgono il nodo di salari, potere d’acquisto e qualità dell’occupazione. Stipendi poveri, sanità affaticata, giovani poco valorizzati, mobilità bloccata, divari territoriali e abitare proibitivo restano criticità aperte.

Non siamo un Paese finito, ma un Paese non governato fino in fondo nelle sue potenzialità, su energia e tecnologie prevalgono inerzie e riserve ideologiche, più che sviluppo. Discutere di regole è legittimo, il problema nasce quando diventano il surrogato della politica, formule per garantire assetti di potere più che rappresentanza. La stabilità vale se produce direzione, ma se diventa parola per blindare ceti politici esausti, diventa immobilità. Per questo, premio di maggioranza, soglie, collegi, liste bloccate e preferenze non sono strumenti neutri.

Legge elettorale: ultima proposta in discussione

L’ultima proposta in discussione, con soglia al 42 per cento per il premio, cancellazione del ballottaggio, premio differenziato tra Camera e Senato e condizione che lo stesso soggetto politico risulti primo in entrambe le Camere, conferma che il nodo non è solo tecnico. Anche l’approdo in Aula a fine giugno mostra che la legge elettorale entra nel cuore vivo del dibattito politico. Ma la tecnica elettorale, quando non è sorretta da cultura e rinnovamento, rischia di diventare ingegneria della permanenza. Ridurre tutto a “preferenze sì, preferenze no” è una scorciatoia.

Possono avvicinare eletti ed elettori, ma anche riprodurre clientele, corruttele, notabilati e apparati chiusi. Liste e collegi selezionano qualità solo con partiti vivi, radicati, capaci di formazione e ricambio. La domanda vera è chi sceglie, come, con quali criteri e quale rapporto con il Paese reale. La critica non può che essere tagliente. Una parte significativa dei gruppi parlamentari abita lo stesso circuito da ben oltre quattro legislature. Vale per il Partito Democratico, che spesso invoca cambiamento con biografie politiche ingiallite e permanenti. Vale per Forza Italia, dove l’eredità del fondatore pesa più di una riorganizzazione capace di dare ruolo alla cultura liberale e popolare, evitando il rischio dell’irrilevanza. Il tema non è anagrafico.

L’esperienza è una risorsa, ma diventa rendita quando la rappresentanza rischia di trasformare il Parlamento più come continuità degli apparati, che specchio della società e delle sue energie professionali, civili, sindacali, d’impresa e territoriali. Per questo una nuova legge elettorale, se nasce dalla paura del pareggio, dall’ossessione per il Quirinale o dal bisogno di rendere prevedibile la durata del potere, rischia di aggravare la crisi. Non basta promettere governabilità se la società non si sente rappresentata; Non basta invocare stabilità se serve a prolungare la vita degli stessi gruppi dirigenti; Non basta cambiare il voto se non cambia la cultura dei partiti chiusi. La sinistra non può fermarsi alla denuncia né a una battaglia procedurale.

Quale democrazia ricostruire

La domanda non è quale legge impedisca alla destra di vincere o alla sinistra di perdere; La domanda è quale democrazia ricostruire, quale blocco sociale rappresentare, quale idea di Stato, lavoro, sanità, scuola, impresa, casa, energia, sicurezza, Europa e libertà civili proporre a un Paese che chiede protezione e direzione. Il campo largo è monco se resta privo di cultura liberale e cattolica. Non basta sommare partiti e partitini. Serve un confronto con il popolarismo liberale europeo. Serve la contaminazione delle culture cattolico-popolari, riformiste, socialdemocratiche, costituzionali ed europeiste che non si riconoscono nel sovranismo.

Non un centrismo artificiale e di Palazzo, ma una discussione che rinnovi l’egemonia democratica nata dalla Resistenza, giustizia sociale e libertà economica, impresa responsabile e Stato competente, mercato regolato e interesse generale. In questo quadro, anche la presenza pubblica di Marina Berlusconi, per sobrietà di linguaggio e accenti liberali, segnala qualcosa che va oltre la sua persona, l’esistenza di una domanda politica moderata, europea, non subalterna alla propaganda e insofferente verso l’asfissia degli apparati.

Non si tratta di attribuirle ruoli, candidature o disegni, ma di cogliere nel suo profilo un elemento di novità che interroga centrodestra e sinistra. Mentre alcune sigle personali sotto il tre per cento ripropongono un “centrino” con leaderismi di ritorno, resta aperta la domanda di una cultura liberale e socialdemocratica europea, non urlata e non subalterna agli estremismi. Senza cultura liberale il campo largo non diventa maggioranza nazionale, ma coalizione difensiva. Nel giorno in cui la Repubblica celebra gli ottant’anni del patto democratico nato dal voto popolare, discutere di legge elettorale significa interrogarsi su come restituire fiducia alla rappresentanza.

La vera alternativa

La vera alternativa non passa solo dalla legge elettorale, ma da un processo politico che abbia chiara l’idea di un Paese europeo, democratico e non sovranista. Stabilità non significa durata dei governi, ma qualità delle decisioni, responsabilità, rappresentanza e ricambio. Il valore della Repubblica non si salva perpetuando chi comanda o siede in Parlamento da troppo tempo, ma riaprendo la politica a chi non si sente visto. La governabilità senza cultura della rappresentanza è impoverimento democratico. Il ricambio privo di cultura politica è fragore momentaneo. Ma la politica senza ricambio è sopravvivenza.


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