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Esteri

Israele nella lista nera dell’Onu sulle violenze sessuali nei conflitti

di Priscilla Rucco -


Per la prima volta Israele compare nell’elenco delle Nazioni Unite dedicato ai responsabili di violenza sessuale nelle aree di guerra, un registro che annovera anche Hamas e l’Isis. La notizia, emersa da pochi giorni da un rapporto del segretario generale Antonio Guterres visionato dall’agenzia Afp, riguarda in particolare il servizio penitenziario israeliano, accusato di abusi sui detenuti palestinesi. Nello stesso documento, destinato al Consiglio di sicurezza, figura anche la Russia per le violenze commesse nei territori ucraini occupati.

Le accuse e i dati

Secondo gli investigatori dell’Onu, tra il 2023 e il 2025 sarebbero stati verificati abusi sessuali ai danni di trentuno palestinesi – uomini, donne e minori – provenienti dalla Striscia di Gaza e dalla Cisgiordania.

Il rapporto descrive inoltre stupri di gruppo ripetuti, violenze commesse con oggetti, colpi e aggressioni rivolti ai genitali, nudità imposta e minacce a sfondo sessuale, presentati non come episodi isolati ma come modelli ricorrenti. Per Mosca il testo elenca invece oltre trecento casi accertati, in larga maggioranza ai danni di uomini. Gli esperti lamentano di non aver potuto accedere ai centri di detenzione e denunciano un rifiuto sistematico di collaborazione da parte di entrambi i governi.

Già nell’agosto dello scorso anno Guterres aveva posto Israele “sotto osservazione”, avvertendolo della possibilità di una designazione formale e chiedendo misure per prevenire gli abusi.

Nello stesso periodo anche Hamas era stato incluso nell’elenco, sulla base delle conclusioni della rappresentante speciale Pramila Patten sulle violenze del 7 ottobre 2023 e sui rapimenti degli ostaggi.

La reazione di Tel Aviv

L’ambasciatore all’Onu Danny Danon ha definito la scelta “scandalosa” e di matrice politica, evocando persino l’accusa di calunnia, e ha annunciato il congelamento dei rapporti con l’ufficio del segretario generale fino al termine del suo mandato, fissato al 31 dicembre 2026.

Secondo il diplomatico, il governo avrebbe chiesto invano di ricevere denunce circostanziate per poter rispondere caso per caso. La decisione, ha sostenuto, equiparerebbe lo Stato ebraico ai gruppi terroristici, una lettura che Tel Aviv respinge con forza.

I rapporti tra Israele e il Palazzo di vetro, del resto, erano già logori: lo stesso Guterres era già stato dichiarato persona non gradita dal governo di Gerusalemme.

Le inchieste e le denunce

Il provvedimento si inserisce in un quadro già segnato da numerose segnalazioni. A maggio il New York Times ha pubblicato un’inchiesta firmata da Nicholas Kristof sugli stupri nelle carceri israeliane, episodio che ha spinto Tel Aviv a citare in giudizio la testata statunitense.

A gennaio l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem aveva diffuso un dossier che descriveva le prigioni del paese come una rete di strutture di tortura; a marzo la relatrice speciale Francesca Albanese aveva indicato la violenza sessuale come pratica sistematica.

Anche il caso del carcere di Sde Teiman, esploso nel 2024 con un video che mostrava soldati impegnati a occultare un presunto abuso su un prigioniero, resta tra i più discussi: l’inchiesta si è chiusa con l’archiviazione per tutti i riservisti coinvolti, in una vicenda segnata anche dalle parole di un deputato della maggioranza che, in aula, arrivò a giustificare simili pratiche se rivolte a presunti miliziani di Hamas.

Più di recente, alcuni attivisti della Global Sumud Flotilla, fermati in acque internazionali e trasferiti in Israele prima del rimpatrio, hanno raccontato di aver subito violenze e umiliazioni a sfondo sessuale durante la detenzione: almeno quattro partecipanti alla missione diretta a Gaza hanno riferito aggressioni, in due casi con penetrazione, accompagnate da insulti.

Le regole delle Nazioni Unite prevedono che chi entra nell’elenco vi resti per almeno un anno: l’iscrizione formale del servizio penitenziario israeliano è attesa nel corso di quest’anno.


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