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Editoriale

Radicalizzazione, tabù che l’Italia non vuole affrontare

di Laura Tecce -


C’è un tema che in Italia continua a essere quasi impossibile affrontare serenamente. Perché chiunque provi a sollevarlo rischia di essere immediatamente etichettato: razzista, xenofobo, islamofobo. Eppure la realtà continua a bussare alla porta. A Modena un cittadino italiano di origine marocchina ha seminato il panico lanciandosi con l’auto contro i passanti: una delle vittime più gravi ha subito l’amputazione di una gamba. In Brianza è stato fermato un giovane nato e cresciuto in Italia, figlio di immigrati marocchini, accusato dagli inquirenti di essersi radicalizzato online attraverso contenuti jihadisti e propaganda dell’ISIS.

Episodi diversi, ma che riportano al centro una domanda che troppo spesso viene aggirata: esiste un problema di radicalizzazione islamista in Italia? La risposta dovrebbe essere semplice. Certo che esiste, come esiste già da tempo nel resto d’Europa. Emblematico è il caso avvenuto in Gran Bretagna del diciottenne Henry Nowak, accoltellato a morte, considerato dalla polizia un sospettato e non una vittima, dopo che l’aggressore aveva evocato un presunto movente razzista. Un’accusa poi rivelatasi infondata. Siamo arrivati al punto in cui il timore di essere accusati di discriminazione pesa più dell’accertamento della verità.

Ogni volta che il tema emerge, una parte della politica e dell’opinione pubblica reagisce come se il vero scandalo non fosse il problema, ma il fatto stesso di nominarlo. È questo il grande cortocircuito del nostro tempo. Nessuno accuserebbe di razzismo chi denuncia la criminalità organizzata. Nessuno parlerebbe di discriminazione davanti a chi combatte la violenza sulle donne o altre forme di criminalità. Ma quando si affronta il tema della radicalizzazione islamica, improvvisamente il terreno diventa minato. Attenzione: parlare di radicalizzazione non significa accusare milioni di musulmani che vivono, lavorano e si integrano pacificamente nelle nostre società. Significa riconoscere che esiste una minoranza che rifiuta i valori delle democrazie occidentali, la libertà religiosa, la parità tra uomo e donna, la laicità dello Stato e il principio stesso della convivenza civile. Ignorarlo non favorisce l’integrazione: la rende più fragile. Per anni si è preferito minimizzare.

Ma i fatti continuano a ripresentarsi e un tema correlato, come quello della sicurezza, è diventato ostaggio del politicamente corretto. E quando una società non riesce più a porre domande senza essere processata moralmente, smette di cercare soluzioni. Una democrazia sicura di sé non ha paura delle domande. Dovrebbe avere paura dei silenzi.


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