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Esteri

Il caso Svezia: controllo e selettività migratoria per la sicurezza cittadina

di Alberto Filippi -


C’è un momento in cui anche il più paziente dei medici smette di limitarsi a prescrivere antidolorifici e decide di operare. Non per crudeltà, non per ideologia, ma per semplice buon senso clinico: alcune malattie, se non vengono estirpate, uccidono il paziente.

L’Europa più avanzata — quella che nessuno ha mai osato accusare di razzismo, di chiusura mentale, di nostalgie oscure — sta vivendo esattamente questo momento. La Svezia ha votato in Parlamento l’abolizione del permesso di soggiorno permanente per i rifugiati.

Stoccolma, la città che per decenni ha incarnato il sogno progressista dell’accoglienza illimitata, ha deciso che quel sogno aveva un costo insostenibile. Non lo dice un governo di estrema destra; lo dice un Paese che del welfare state ha fatto una religione civile, che ha costruito la propria identità sull’idea che nessuno venisse lasciato indietro. Eppure oggi quel Paese dice basta. E non è solo.

La Danimarca ha già tracciato la via con la sua linea “zero richiedenti asilo”. La Norvegia discute l’“esternalizzazione” delle procedure. La Finlandia stringe i controlli al confine, dove la pressione migratoria si intreccia ormai esplicitamente con la sicurezza nazionale. Qualcuno dirà: sono diventati tutti razzisti? No. Sono diventati tutti adulti. Hanno capito — e lo hanno capito con i numeri, con le statistiche, con la cronaca quotidiana — che un’immigrazione senza regole, o peggio un’immigrazione le cui regole non vengono fatte rispettare da uno Stato troppo debole o troppo distratto, produce inevitabilmente insicurezza.

Non si tratta di colpevolizzare nessuno per il colore della pelle o per il paese d’origine. Si tratta di riconoscere che ogni comunità ha norme, prassi, costumi; e che chi le trasgredisce — chiunque esso sia — va fermato, non giustificato.

Che si tratti di un attentato o di uno scippo, di uno spaccio di droga o di una rapina, di un’aggressione o di uno stupro: il crimine è crimine, e lo Stato esiste esattamente per impedirlo e punirlo. Questo, che sembra ovvio, in Italia stenta ancora a diventare politica.

Da noi il dibattito sull’immigrazione irregolare viene ancora troppo spesso inquinato da una certa sinistra che preferisce l’indignazione morale all’analisi concreta, che confonde l’accoglienza doverosa verso chi è davvero perseguitato con la resa incondizionata a flussi incontrollati e incontrollabili.

Il risultato lo conoscono bene i cittadini italiani: lo conoscono le anziane scippate fuori dal supermercato e buttate a terra, le donne che non si sentono libere di camminare sole la sera, le famiglie che hanno paura in casa propria. Insicurezza reale, concreta, quotidiana — pagata da chi le tasse le versa fino all’ultimo centesimo e in cambio vorrebbe almeno la garanzia di poter vivere senza terrore.

Esiste un principio elementare che anche l’ultimo della classe conosce: quando non sai fare il compito da solo, almeno copia dai più bravi. Ebbene, i più bravi — quelli che nessuno ha mai messo sul banco degli imputati per xenofobia — hanno già scritto il loro compito. Si chiama controllo, selettività, deterrenza. Si chiama Svezia. Si chiama Danimarca. Si chiama, semplicemente, responsabilità dello Stato verso i propri cittadini. L’Italia può scegliere di imparare, finalmente, oppure può continuare a fare da sola sbagliando.

Ma se sceglie questa seconda strada, almeno ne paghi le conseguenze. E qui arriviamo al cuore della questione, che è anche la più scomoda: uno Stato che non garantisce la sicurezza dei propri cittadini — quella sicurezza per cui i cittadini pagano le tasse — è uno Stato inadempiente. Inadempiente come un’azienda che incassa lo stipendio e non consegna il lavoro.

E un contraente inadempiente, nel mondo civile, risarcisce. Se lo Stato non mi ha protetto, se ha lasciato che una banda armata irrompesse nella mia vita, sequestrasse la mia famiglia, mi picchiasse e mi derubasse di tutto — non per fatalità, ma per l’incapacità sistemica di presidiare il territorio — allora quello Stato mi deve qualcosa. Non la luna.

Non la vendetta. Almeno un riconoscimento economico: un credito d’imposta, un fondo di ristoro, uno strumento concreto che dica ai cittadini ti abbiamo deluso e lo ammettiamo. Il conto finale, naturalmente, andrà presentato ai malviventi — una volta che qualcuno si degni di prenderli.

Ma nell’attesa, e in questo Paese l’attesa può essere infinita, lo Stato non può continuare a fare il sordo. Prevenire è meglio che curare: lo sanno i medici, lo sanno ormai i governi scandinavi, lo devono capire anche i nostri.

Perché i cittadini italiani ne hanno abbastanza di fare da soli i conti con una malattia che qualcuno, in alto, continua ostinatamente a ignorare.


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